«Calde le pere!», l'ultimo libro di Guccini, arriva in libreria il 27 agosto per Giunti, tre settimane dopo la morte dell'autore, avvenuta il 6 agosto a Pavana.

È un racconto breve, quattordici euro e novanta, e il titolo è comico. Un uomo che sta per morire lascia come ultimo testo un libro che si chiama così.

La nota del 23 luglio

Due settimane prima di morire, il 23 luglio, Guccini ha dettato all'editor Paolo Iacuzzi una nota su questo libro. Giunti l'ha diffusa il 6 agosto, il giorno stesso della morte.

È l'ultima dichiarazione pubblica che ha lasciato, e riguarda proprio queste pagine. Adnkronos l'ha definita un testamento spirituale, e la definizione regge per una ragione che non ha a che fare con la retorica: parlando del libro, Guccini parla di sé.

Da dove nasce il racconto

Non è materiale autobiografico, ed è la prima sorpresa.

Nella nota Guccini spiega che il libro nasce da un vecchio brogliaccio segnalatogli da un amico, che ne aveva già ricavato uno spettacolo di cabaret. Da quel materiale ha tenuto due storie e le ha riscritte in prosa.

Le due storie corrono lungo il Reno. Una ragazza che passa in bicicletta; una fanciulla illibata che resta incinta facendo il bagno nel fiume. Guccini dice che lo avevano molto affascinato, e si capisce perché: sono racconti popolari, di quelli che si tramandano oralmente e che nessuno ha mai scritto.

Casalecchio quando era il lido di Bologna

L'ambientazione è la valle del Reno bolognese fra gli anni Trenta e Cinquanta, quando Casalecchio era la spiaggia dei bolognesi e d'estate richiamava diecimila persone al giorno.

È un mondo scomparso e poco raccontato: un fiume che funzionava come una località balneare, con le sue abitudini, i suoi commerci, la sua sociabilità.

Il titolo viene da lì. «Calde le pere!» è un richiamo, il grido di chi vendeva sulla riva. Antonio Franchini, direttore editoriale di Giunti, lo definisce «il motto misterioso e sensuale».

La questione dei nomi

Qui sta il punto che rende questo libro diverso da un semplice racconto d'ambiente.

Nella nota Guccini spiega di aver voluto nominare erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che aveva usato in Cròniche epafàniche e in Tralummescuro. E ne dà la ragione: «perché le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose».

Non è un vezzo folclorico. Guccini si era occupato per anni di lessicografia, glottologia, etimologia e dialettologia, con studi sui dialetti dell'Appennino modenese. Era un lavoro serio, parallelo alla musica e alla narrativa.

Il che produce una coincidenza che colpisce: un uomo che ha passato la vita a raccogliere e salvare i nomi dialettali delle cose lascia come ultimo testo proprio quello in cui li usa per l'ultima volta.

Il fiume della mia vita

L'ultima parte della nota riguarda il Reno, e va riportata perché è la ragione per cui quel testo è stato letto come un congedo.

Guccini lo chiama «il fiume della mia vita» e osserva che, come il Danubio di Magris, nasce dallo sgocciolare di un rubinetto sull'Appennino. Lo definisce l'altro asse geografico che incrocia quello della Via Emilia.

E poi si colloca dentro quella geografia: disteso in quel fiume, con la testa fra i prati di Pavana, i piedi verso Modena e Bologna, le braccia ad abbracciare i boschi.

È un'immagine che uno scrittore usa una volta sola, e chi l'ha dettata sapeva in quali condizioni si trovava.

Dove si colloca nella sua opera

Guccini ha scritto due tipi di libri, e questo appartiene chiaramente al primo.

C'è il filone pavanese, aperto nel 1989 con Cròniche epafàniche, poema narrativo sulla cultura contadina dell'Appennino, proseguito con Vacca d'un cane e culminato in Tralummescuro, che nel 2020 arrivò in cinquina al Campiello.

E c'è il filone noir, scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli dal 1997: otto romanzi con il maresciallo Benedetto Santovito, dal primo Macaronì in avanti.

Chi arriva a questo libro dai romanzi con Santovito trova tutt'altro. Non è un giallo, non c'è un'indagine, non succede quasi nulla nel senso in cui succede qualcosa in un poliziesco.

Cosa dice l'editore

La scheda Giunti colloca il racconto nella novellistica italiana salace, di impianto boccaccesco, con echi dei miti pagani classici. La formula usata è che sembra scritto «da un Virgilio più audace o da un Ovidio più pudico».

Franchini aggiunge una lettura che tiene insieme tutta l'opera: «Come ogni grande scrittore, Guccini ha scritto una sola storia, sempre la stessa, sempre più bella e potente, che dalle sue canzoni trascorre nei suoi romanzi».

È un'affermazione forte, ma verificabile: chi conosce le canzoni riconosce nella prosa gli stessi paesi, gli stessi fiumi, la stessa attenzione ai nomi.

Non è un'operazione postuma

Un libro che esce tre settimane dopo la morte dell'autore pone una domanda legittima, e vale la pena rispondere.

Guccini era approdato in Giunti nel 2017 insieme ad Antonio Franchini, lo stesso editor che anni prima gli aveva proposto di scrivere gialli con Macchiavelli. Con quella casa ha pubblicato sette libri in nove anni, l'ultimo dei quali Romeo e Giulietta 1949, nel 2025.

La data del 27 agosto era fissata prima, e il rapporto editoriale ha una storia di un decennio. Non è un recupero affrettato: è la prosecuzione di un piano già avviato.

A chi è adatto

È un racconto breve e autonomo: non richiede di aver letto nient'altro.

Chi ha letto Cròniche epafàniche e Tralummescuro riconosce però i termini pavanesi ripresi di proposito, che Guccini stesso indica come il ponte fra i tre libri. È il tipo di continuità che un lettore affezionato coglie e apprezza.

Chi invece trova ostico il dialetto farà fatica, e va detto: il lessico pavanese non è un ornamento, è il punto del libro. Toglierlo significherebbe togliere la ragione per cui è stato scritto.

Il contesto in cui esce

Il libro arriva in libreria in un momento particolare. Bologna ha proclamato il lutto cittadino, i funerali si sono svolti a Pavana l'8 agosto in forma privata, e per settembre è annunciata una commemorazione pubblica.

Significa che le settimane dell'uscita coincideranno con quelle del ricordo, e questo condizionerà inevitabilmente la lettura.

Vale la pena tenerne conto. Un libro letto dentro il lutto viene letto diversamente da come sarebbe stato letto tre mesi fa, quando l'autore era vivo e il titolo faceva soltanto ridere.