A Palazzo Biserini, in piazza Hortis a Trieste, dal 13 settembre 2024 esiste un luogo che raccoglie in un solo percorso i musei dedicati a Italo Svevo e a James Joyce, riallestiti, e un museo nuovo dedicato a Umberto Saba. Si chiama LETS, Letteratura Trieste, è gestito dal Comune all'interno del sistema delle biblioteche civiche e si visita a ingresso libero. All'inaugurazione c'era Claudio Magris, che lo ha definito «una piccola, vera perla che arricchisce la nostra città». È il primo spazio pubblico pensato per tenere insieme le diverse anime culturali e linguistiche di Trieste sotto un'unica etichetta: la letteratura che quella città ha prodotto.
Un museo del genere fa una cosa che le guide turistiche non fanno: dichiara che i libri di un luogo sono il luogo. E offre un criterio di lettura utile ben oltre il Friuli. Ci sono romanzi in cui la città è fondale — potrebbe essere spostata di trecento chilometri senza che la trama ne risenta — e romanzi in cui la città entra nella struttura, decide chi incontra chi, cosa si può dire e cosa no. Le bibliografie che seguono provano a stare dalla seconda parte.
A Trieste la città è diventata personaggio prima ancora che luogo comune
Fu Eugenio Montale a definire Trieste stessa «personaggio» nei romanzi di Svevo, e la formula ha retto un secolo. «La coscienza di Zeno», uscita nel 1923 e costruita come il finto diario del commerciante triestino Zeno Cosini, è il libro di Svevo più noto e fu sostenuto da Joyce, che a Trieste visse dal 1904 al 1915 e vi lavorò all'«Ulisse». Da quella concentrazione di nomi è nato quello che la scrittrice Jan Morris ha chiamato «effetto Trieste»: la percezione di un non luogo in cui tutti i periodi del passato sembrano sopravvivere in un tempo sospeso. È una definizione che la letteratura ha contribuito a costruire, non una qualità geografica.
Per chi voglia una bibliografia di partenza, il punto d'appoggio saggistico è «Trieste. Un'identità di frontiera» di Claudio Magris e Angelo Ara (Einaudi), che tratta l'ambiguità della città come oggetto di studio e non come atmosfera. Accanto, due libri più recenti segnalati dal Corriere della Sera, che nel febbraio 2025 ha dedicato a Trieste come città letteraria italiana per eccellenza le ultime sette pagine dell'inserto La Lettura: «A Trieste con Svevo» di Diego Marani (La Nave di Teseo) e «A maglie strette» di Veit Heinichen (E/O), che porta il romanzo nero dentro la stessa geografia. Il LETS documenta poi una linea che va da Scipio Slataper a Susanna Tamaro, Boris Pahor, Mauro Covacich, Fulvio Tomizza, Pier Antonio Quarantotti Gambini: una lista da usare come indice, più che come classifica.
A Napoli il quartiere entra nell'impianto del romanzo
La quadrilogia dell'«Amica geniale» di Elena Ferrante, pubblicata da Edizioni e/o fra il 2011 e il 2014, ha dato ai romanzi ambientati a Napoli una visibilità internazionale che nessun altro ciclo italiano recente ha avuto. La critica insiste su un punto preciso: qui Napoli non è sfondo, è coprotagonista, perché quartieri, povertà, bellezza e degrado urbano entrano direttamente nella costruzione narrativa. È esattamente il criterio che stiamo usando.
Chi cerca altre strade dentro la stessa città ha materiale abbondante. Maurizio De Giovanni con la serie del commissario Ricciardi e con «I Bastardi di Pizzofalcone» ha legato il poliziesco a topografie riconoscibili; Valeria Parrella in «Almarina» (Einaudi, 2019) sceglie il carcere minorile di Nisida, isola dell'arcipelago flegreo che appartiene al comune di Napoli, cioè un pezzo di città separato dall'acqua. Poi Erri De Luca, Diego De Silva, Lorenzo Marone. Alle spalle c'è una tradizione più antica: Anna Maria Ortese e Matilde Serao restano riferimenti del realismo napoletano, e leggerle prima o dopo Ferrante cambia il modo in cui si guarda la tetralogia.
Sul lago di Como il caso è diverso, e conviene dirlo
Qui la simmetria si rompe, ed è più onesto ammetterlo che forzarla. Andrea Vitali, nato nel 1956 a Bellano sulla sponda orientale del lago, ha costruito l'intera opera — oltre sessanta romanzi, tradotti in più di dodici lingue — attorno al paese natale e al lago, ambientando le storie prevalentemente fra gli anni Venti e Sessanta del Novecento. La critica lo ha indicato come erede di Mario Soldati e Piero Chiara. Ma è narrativa di provincia lombarda, non di città: il perimetro è il borgo, la caserma, la parrocchia. Chi volesse un romanzo canonico su Como-città, di peso paragonabile a Svevo per Trieste o Ferrante per Napoli, al momento non trova un titolo che si possa indicare con sicurezza.
Per orientarsi fra i titoli di Vitali, i riconoscimenti offrono un percorso: «Una finestra vistalago» (2003) ha vinto il Grinzane Cavour, «La figlia del podestà» (2004) il Bancarella, il premio che votano i librai, «Almeno il cappello» (2009) è arrivato in finale allo Strega e al Campiello. Dal 2008 pubblica con Garzanti. Su un registro opposto, «Io sono l'abisso» di Donato Carrisi (Longanesi, 2020) è ambientato sullo stesso lago, che l'autore ha descritto come «grande protagonista della vicenda»: il romanzo lavora su violenza domestica e radici del male, e usa l'acqua come metafora di ciò che resta sommerso.
Il criterio vale più delle liste
Tre città, tre modi diversi di appartenere ai propri libri: una che ha un museo per certificarlo, una che ha una tradizione ininterrotta dal realismo ottocentesco alla serialità contemporanea, una che ha soprattutto un autore e un paese. La differenza non è di qualità ma di natura, e serve per scegliere. Il libro che porta davvero da qualche parte non è quello che nomina più strade: è quello in cui, tolta la città, la storia non sta più in piedi — un principio che vale anche per le città vere e le città inventate nei romanzi, e che la narrativa ha esplorato fino alle sue conseguenze estreme in «Le città invisibili» e nel suo catalogo di luoghi impossibili.
