C'è un libro rimasto aperto a pagina quaranta dal quindici di agosto. Sotto, altri cinque, comprati con l'idea che l'estate sarebbe stata lunga. Sono sei, e i giorni che restano sono undici. La pila non si è ridotta di un centimetro. Ma non tutti i romanzi chiedono lo stesso tipo di tempo, e alcuni si lasciano finire anche adesso, con le valigie mezze fatte e la testa già altrove.

Il vecchio e il mare

Ernest Hemingway, Mondadori. Santiago è un pescatore cubano che da ottantaquattro giorni non prende nulla. Esce di nuovo al largo, nella corrente del golfo, e all'amo abbocca un marlin enorme che trascina la barca per giorni. Il testo occupa poco più di un centinaio di pagine ed è tutto lì: un uomo, una barca, un pesce. Nessun secondo personaggio da tenere a mente, nessuna linea parallela che si apre e va seguita. Si legge meglio d'estate, e si finisce in una sera sola, di quelle in cui non si ha voglia di uscire.

Il giorno della civetta

Leonardo Sciascia, Adelphi. Un uomo viene ucciso all'alba mentre sale su un autobus in una piazza di provincia siciliana. Il capitano Bellodi, venuto dal Nord, comincia a indagare in un paese dove nessuno ha visto nulla. Sciascia lavorò per sottrazione, togliendo invece che aggiungendo, e il risultato è un romanzo senza una riga di troppo. Sono capitoli corti, quasi tutti costruiti su dialoghi e interrogatori, e questo lo rende il libro giusto per chi legge a pezzi: il romanzo breve da cui cominciare si può lasciare e riprendere due giorni dopo senza dover tornare indietro a ricostruire chi è chi.

Agostino

Alberto Moravia, Bompiani. Un ragazzo di tredici anni passa l'estate al mare con la madre vedova. Poi comincia a frequentare un gruppo di ragazzini del posto, più poveri e più svegli di lui, e quello che vede attraverso i loro occhi rovina per sempre il rapporto con la donna che fino a giugno era solo sua madre. Moravia lo scrisse nel 1942 e gli valse il primo premio letterario della carriera. La ragione per leggerlo ora è la più semplice di tutte: l'estate che consuma il protagonista è esattamente questa, gli ultimi giorni di una stagione che sta scadendo, e nessun altro momento dell'anno gli somiglia.

Il barone rampante

Italo Calvino, Mondadori. Il 15 giugno del 1767 Cosimo Piovasco di Rondò, dodici anni, si rifiuta di mangiare una zuppa di lumache, esce dalla sala da pranzo, sale su un leccio del giardino e da lì non scende più. Passa il resto della vita sugli alberi, tra caccia, letture, amori, brigantaggio e la Rivoluzione francese che arriva fin sotto i rami. È il più lungo dei sei, ma è anche il più episodico: procede per avventure quasi autonome, e d'estate viene voglia di rileggerlo proprio perché si può prendere e posare senza perdere niente.

Sostiene Pereira

Antonio Tabucchi, Feltrinelli. Lisbona, agosto 1938. Pereira è un giornalista anziano e sovrappeso che cura la pagina culturale di un quotidiano del pomeriggio, beve limonate zuccherate, parla con il ritratto della moglie morta e non vuole sapere nulla di quello che succede fuori. Poi assume un giovane collaboratore, e il Portogallo di Salazar entra dalla porta di servizio. La formula da verbale — sostiene Pereira — torna a ogni pagina e dà al libro una scansione regolare, quasi metronomica: si sa sempre a che punto si è, anche riprendendolo dopo una settimana.

Il postino suona sempre due volte

James M. Cain, Adelphi. Un camion scarica un vagabondo davanti a una tavola calda con pompa di benzina, su una statale della California. Dentro ci sono un proprietario greco e sua moglie Cora. Nel giro di poche pagine tra i due nuovi arrivati è già scattato tutto, e in venti pagine la donna ha già lasciato intendere cosa vorrebbe fare del marito. Cain scrive in frasi corte, in prima persona, senza una descrizione che rallenti. È il romanzo per chi non ha finito niente in tutta l'estate e ha bisogno di un libro che tiri avanti da solo, senza chiedere disciplina.

Chi arriva al primo settembre con la pila ancora intatta può sempre cominciare da romanzi brevi da leggere in un weekend. Settembre, del resto, ha i suoi vantaggi: le sere si allungano verso l'interno delle case, e nessuno chiede più di finire in tempo.