Il principe Lev Myškin entra a Pietroburgo nel 1869, ma quando leggiamo «L'idiota» non stiamo semplicemente osservando la società russa dell'Ottocento. Dostoevskij parla al suo presente attraverso la candida ingenuità di un uomo che non riesce a conformarsi al cinismo della sua epoca. Il romanzo fu pubblicato a puntate fra il 1868 e il 1869, proprio mentre la Russia attraversava trasformazioni radicali, e la bontà impossibile del principe diventa una domanda urgente sul prezzo della civiltà moderna. Non è nostalgia per un passato migliore, è diagnosi di un presente malato.
Le cicatrici del presente nelle pagine della storia
Quando un romanzo storico racconta il passato, spesso sta facendo qualcosa di più sottile che documentare. Lev Tolstoj scrisse «Guerra e pace» fra il 1863 e il 1869, mentre la Russia fronteggiava questioni di identità nazionale dopo la sconfitta nella guerra di Crimea. La battaglia di Borodino del 1812 non è semplicemente un episodio d'archivio: è il modo in cui Tolstoj chiede al lettore contemporaneo cosa significhi difendere una nazione, cosa sia il sacrificio, come il caos della storia sfugga a qualunque pianificazione razionale. I personaggi muoiono, si innamorano, vanno in guerra, e il narratore li interroga con la stessa urgenza che potrebbe rivolgere a un contemporaneo. La storia diventa il palcoscenico dove discutere il presente.
«Il fu Mattia Pascal» di Luigi Pirandello, uscito nel 1904, parla di identità, libertà individuale e il prezzo della libertà stessa. Mattia fugge dalla sua vecchia vita, assume un'identità fittizia di Adriano Meis, ma scopre che non avere un'identità anagrafica, per quanto lo liberi dai vincoli sociali, lo rende incapace di vivere. Non è una storia medievale o remota: è la Riviera Ligure e Roma contemporanea a Pirandello, ma la sua urgenza riguarda il presente del lettore: il desiderio di ricominciare, l'illusione che si possa vivere diversamente se soltanto ci stacchiamo dal passato. Nel finale Mattia torna a essere se stesso perché il presente esige identità, documenti, riconoscimento sociale. Pirandello non descrive il passato, lo usa per mostrare come il presente ci cattura sempre.
La realtà nascosta dietro le maschere
La letteratura storica diventa contemporanea quando scopre che certi dilemmi umani non sono mai stati risolti. Quando «Il mondo nuovo» di Aldous Huxley fu pubblicato nel 1932, il romanzo sembrava una proiezione nel futuro: l'anno di Ford 632, equivalente al 2540, uno Stato Mondiale dove il controllo è perfetto, gentile, invisibile. Ma Huxley scriveva mentre l'Europa guardava il totalitarismo dei regimi fascisti nascere sotto i suoi occhi. Il presente parlava attraverso questo futuro immaginario. La distopia di Huxley non è un'evasione letteraria verso un tempo lontano: è un modo di dire qualcosa di urgente sul presente in cui era scritto, su come il potere moderno funziona tramite il consenso, il consumo, la felicità controllata più che tramite la violenza visibile. Un lettore di oggi, tre generazioni dopo, ritrova nel romanzo domande ancora irrisolte sulla libertà e sulla manipolazione.
Quando la storia diventa lo specchio del presente
Questo meccanismo funziona perché la letteratura non è mai puramente storica. Dostoevskij, Tolstoj, Pirandello, Huxley non scrivevano per l'archivio: scrivevano per il lettore che teneva il libro fra le mani. La scelta di collocare una storia nel passato è sempre strategica: il passato crea distanza, consente di dire cose che nel presente sarebbero troppo dirette o pericolose. Nel caso di «L'idiota», scritto durante una stagione di repressione intellettuale in Russia, la forma del romanzo storico permette a Dostoevskij di interrogare la società senza formulare accuse dirette. La ingenua bontà del principe diventa una critica implicita alla corruzione contemporanea, molto più penetrante di qualunque articolo di giornale.
Anche quando il romanzo non è ambientato nel passato remoto, questo effetto persiste. «Il vecchio e il mare» di Ernest Hemingway, pubblicato nel 1952, non è un'opera storica, eppure Santiago è un uomo che appartiene a un mondo che sta scomparendo: il mondo del lavoro manuale, della resistenza silenziosa, della dignità ottenuta attraverso la sofferenza. Hemingway scrive nel momento stesso in cui il presente stava trasformando radicalmente il significato di queste virtù. Il presente parla attraverso l'arcaismo della figura di Santiago.
Il presente travestito da racconto antico
«Il piccolo principe» di Antoine de Saint-Exupéry, pubblicato nel 1943 durante la Seconda guerra mondiale, usa la favola, una forma letteraria arcaica, per dire qualcosa di urgente sul momento presente. Il piccolo principe abbandona il suo asteroide perché ha litigato con una rosa: la semplicità della storia è una maschera. Dietro c'è uno scrittore che sta guardando il mondo crollare sotto i bombardamenti e i dittatori, e che parla ai lettori, adulti e bambini, attraverso il linguaggio della favola. Il passato letterario della favola consente di esprimere verità sul presente che sarebbero troppo crude se dette direttamente.
Questo è ciò che i grandi libri fanno: parlano del presente fingendo di parlar del passato, oppure usano il presente per interrogare il passato. Non c'è opera letteraria che non sia profondamente legata al momento in cui è stata scritta, e il lettore che accetta di leggere con attenzione scopre sempre il presente seduto accanto al passato. Dostoevskij scrive sul presente attraverso Pietroburgo, Pirandello attraverso le spiagge toscane, Huxley attraverso un futuro immaginario. La storia è sempre una domanda posta al presente, e il presente riconosce se stesso nel passato.
