La regola delle cinquanta pagine è probabilmente il criterio più citato quando si parla di abbandonare un libro. Si legge fino a pagina cinquanta: se a quel punto non convince, si smette senza sensi di colpa.
Ha un'origine precisa e una seconda parte che quasi nessuno riporta, ed è proprio quella a renderla interessante.
Chi l'ha formulata
La regola viene attribuita a Nancy Pearl, bibliotecaria americana che l'ha proposta in un libro dedicato ai consigli di lettura.
La sua osservazione di partenza era pratica: nella vita di un lettore il tempo è finito, i libri disponibili sono infiniti, e ostinarsi su un volume che non funziona significa sottrarre tempo a quelli che funzionerebbero.
Cinquanta pagine sono state scelte come misura ragionevole: abbastanza perché un romanzo mostri cosa vuole fare, non tante da costituire un investimento pesante.
La parte che nessuno cita
Pearl ha aggiunto una variante che riguarda l'età, ed è la parte più acuta della sua proposta.
Dopo i cinquant'anni, sostiene, il numero di pagine da concedere a un libro va calcolato sottraendo la propria età da cento. A sessant'anni si concedono quaranta pagine, a settanta trenta, a ottanta venti.
Il ragionamento è brutale e onesto: più il tempo residuo si accorcia, meno ha senso spenderlo su qualcosa che non convince.
A cent'anni, conclude, si può giudicare un libro dalla copertina.
Perché cinquanta e non venti
La misura non è arbitraria e ha una giustificazione tecnica.
Molti romanzi impiegano le prime pagine a costruire il contesto: presentare i personaggi, stabilire il tono, collocare la vicenda. È un lavoro necessario che spesso non produce ancora coinvolgimento.
Cinquanta pagine sono in genere sufficienti perché quella fase si concluda e la storia cominci a muoversi. Chi abbandona a pagina venti rischia di lasciare un libro proprio prima che parta.
Ci sono naturalmente romanzi costruiti diversamente, che si aprono lentissimi e diventano straordinari a pagina duecento. La regola non li salva, ed è il suo limite dichiarato.
Cosa succede in pratica
Il valore della regola non sta tanto nel numero quanto nel permesso che concede.
Molti lettori si sentono in colpa ad abbandonare un libro. Lo interpretano come una sconfitta personale, o come un giudizio sulla propria capacità di lettura, e questo produce due effetti negativi.
Il primo è che continuano a leggere qualcosa che non li interessa, riducendo il piacere della lettura in generale. Il secondo, peggiore, è che il libro resta aperto sul comodino per mesi, bloccando anche tutti gli altri.
Un criterio esplicito risolve entrambi: non è una resa, è una decisione presa secondo una regola.
Le eccezioni sensate
Ci sono casi in cui conviene ignorarla.
Quando il libro è stato consigliato da qualcuno di cui ci si fida molto, e vale la pena andare oltre per capire cosa ci vedeva.
Quando la difficoltà è tecnica e non di interesse: un testo scritto in una lingua o in una forma inconsueta richiede un periodo di adattamento che può superare le cinquanta pagine.
E quando si tratta di rileggere qualcosa che in passato ha funzionato: se un romanzo era piaciuto e adesso non prende, di solito il problema è il momento, non il libro.
Cosa fare del libro abbandonato
Tre destini possibili, e conviene scegliere invece di lasciarlo in sospeso.
Rimetterlo sullo scaffale con l'idea di riprovarci: funziona più spesso di quanto si creda, perché lo stesso libro in un altro periodo può risultare completamente diverso.
Regalarlo a qualcuno che potrebbe apprezzarlo: un libro che non funziona per noi può funzionare benissimo per altri, e questo non dice nulla sulla sua qualità.
Liberarsene: le biblioteche accettano donazioni, i mercatini dell'usato lo rimettono in circolo, e uno scaffale meno affollato rende più facile scegliere il prossimo.
Cosa dicono i dati sull'abbandono
Non esistono rilevazioni sistematiche su quanti libri vengano abbandonati, ma alcuni indizi indiretti sono interessanti.
Le piattaforme di lettura digitale registrano il punto in cui i lettori si fermano, e i dati raccolti negli anni hanno mostrato che molti volumi molto venduti vengono abbandonati nelle prime pagine.
È un fenomeno che riguarda soprattutto i titoli di grande richiamo mediatico: si comprano perché se ne parla, e si scopre poi che non erano quello che si cercava.
Il dato conferma indirettamente il valore della regola: abbandonare è normale, e chi lo fa presto perde meno tempo di chi si ostina.
Abbandonare non è giudicare
Una distinzione che vale la pena tenere ferma.
Smettere di leggere un libro non equivale a giudicarlo negativamente. Significa soltanto che quel libro, in quel momento, non funzionava per quel lettore.
Chi abbandona un romanzo e poi scopre che moltissimi lo considerano importante non ha sbagliato: ha semplicemente incontrato un testo che richiedeva condizioni diverse.
Il criterio complementare
Esiste un secondo test che si può applicare prima ancora di cominciare, e che riduce parecchio il numero di abbandoni.
Consiste nel leggere le prime due pagine prima di comprare: non la quarta di copertina, non le recensioni, il testo vero. È uno dei metodi che abbiamo elencato parlando di come scegliere il prossimo libro da leggere, ed è quello che produce i risultati migliori.
Chi lo applica scopre che molti libri si escludono da soli. E che le cinquanta pagine, a quel punto, servono molto meno spesso.
Il libro che si riprende anni dopo
Esiste una categoria che sfugge alla regola: i libri abbandonati che poi funzionano.
Capita più spesso di quanto si creda. Un romanzo lasciato a vent'anni, ripreso a quaranta, può risultare completamente diverso — non perché sia cambiato il testo, ma perché è cambiato chi legge.
È il motivo per cui conviene non liberarsi immediatamente di tutto quello che si abbandona. Alcuni titoli meritano una seconda occasione, a distanza di anni.
