Il test per scoprire che lettore sei è uno dei formati più diffusi in rete quando si parla di libri, e viene cercato con una certa frequenza. La promessa è allettante: dieci domande e si scopre cosa leggere.
Vale la pena capire come sono costruiti, perché la risposta cambia molto a seconda del tipo di test.
Come sono fatti
La maggior parte segue una struttura semplice: alcune domande a risposta multipla, un punteggio associato a ciascuna opzione, e un profilo finale che corrisponde a una fascia di punteggio.
Le domande riguardano di solito abitudini — quanto si legge, dove, in che momento — e preferenze: ambientazioni, generi, finali aperti o chiusi, personaggi con cui identificarsi.
Il risultato assegna un'etichetta: il lettore emotivo, quello analitico, quello che cerca l'evasione. E a ciascuna etichetta corrisponde una lista di titoli.
Cosa misurano davvero
Qui sta il punto, ed è più semplice di quanto sembri.
Un test di questo tipo non scopre nulla che chi risponde non sappia già. Le risposte le fornisce il lettore stesso: se dichiara di preferire storie con finali aperti, il test gli restituirà che preferisce storie con finali aperti.
Il valore, quando c'è, non sta nella diagnosi ma nell'organizzazione. Rispondere a dieci domande costringe a formulare esplicitamente preferenze che di solito restano implicite.
È lo stesso motivo per cui parlare con un libraio funziona: non perché il libraio indovini, ma perché rispondere alle sue domande chiarisce le idee.
La differenza fra test e questionario serio
Esiste una categoria diversa, che va distinta.
Alcuni test sono costruiti su una tassonomia effettiva dei generi: chiedono elementi specifici — ritmo, lunghezza, presenza di violenza, tipo di ambientazione — e restituiscono titoli che corrispondono a quelle caratteristiche.
Non profilano il lettore: filtrano il catalogo. È un'operazione molto più utile, perché il risultato dipende da cosa contiene realmente il database e non dall'etichetta assegnata.
Si riconoscono da un dettaglio: chiedono cosa si vuole trovare in un libro, non che tipo di persona si è.
Perché i profili di personalità funzionano poco
I test che assegnano un tipo di lettore hanno un problema strutturale.
Le preferenze di lettura non sono stabili. La stessa persona, nello stesso mese, può volere un romanzo lentissimo e un thriller compulsivo a seconda della giornata, del carico di lavoro, di cosa ha letto prima.
Un'etichetta fissa non cattura questa variabilità, e finisce per restringere invece che allargare. Chi si convince di essere un certo tipo di lettore smette di provare quello che non rientra nel profilo.
Quando sono utili
Ci sono due situazioni in cui questi strumenti servono davvero.
Per chi legge poco e non sa da dove cominciare, un test riduce l'ansia della scelta. Trovarsi davanti a tre titoli invece che a diecimila è un vantaggio concreto, anche se i tre sono stati scelti con criteri approssimativi.
E per chi vuole regalare un libro a qualcuno di cui conosce poco i gusti: rispondere al test pensando all'altra persona costringe a ricordare cosa gli ha sentito dire.
Cosa chiedere invece
Chi vuole ottenere lo stesso risultato senza passare da un questionario può porsi tre domande.
Qual è l'ultimo libro che ho finito volentieri, e cosa esattamente mi ha tenuto lì.
Quanto tempo continuativo ho a disposizione nelle prossime settimane.
Che cosa non voglio: un tema che non sopporto, una lunghezza eccessiva, un registro che mi irrita.
La terza è la più efficace e la meno praticata. Escludere restringe più che includere.
I sistemi di raccomandazione
Accanto ai test esistono gli algoritmi delle piattaforme di vendita, che funzionano su un principio diverso: chi ha comprato questo ha comprato anche quello.
Hanno il vantaggio di basarsi su comportamenti reali invece che su dichiarazioni. Hanno il difetto di rinforzare quello che si legge già, perché suggeriscono ciò che assomiglia agli acquisti precedenti.
Sono uno strumento utile per approfondire una direzione, pessimo per cambiarla.
Perché piacciono tanto
Il formato del quiz ha una diffusione che va oltre il mondo dei libri, e le ragioni sono note.
Rispondere a domande su di sé produce una soddisfazione immediata, e ricevere un'etichetta dà l'impressione di aver imparato qualcosa. È lo stesso meccanismo dei test di personalità, che circolano da decenni con successo costante.
C'è poi la componente sociale: un risultato si condivide, si confronta, produce conversazione. Molti test sono progettati proprio per questo, e la loro funzione principale è generare condivisioni.
Non c'è nulla di male, purché sia chiaro cosa si sta facendo: un gioco, non una diagnosi.
Il metodo che resta
Alla fine i criteri che producono i risultati migliori sono quelli meno spettacolari, e li abbiamo raccolti parlando di come scegliere il prossimo libro da leggere: partire da com'era l'ultimo, leggere le prime pagine, chiedere a qualcuno che conosce il catalogo.
Nessuno di questi si presta a un quiz. Ma funzionano, e non richiedono di decidere che tipo di lettore si è — cosa che, con ogni probabilità, cambia comunque ogni sei mesi.
Cosa chiedere a un algoritmo
Chi usa strumenti automatici per farsi consigliare libri può migliorare parecchio i risultati cambiando il modo di formulare la richiesta.
Indicare un titolo che è piaciuto funziona meglio di descrivere un genere. Aggiungere cosa esattamente è piaciuto — il ritmo, la voce, l'ambientazione — funziona meglio ancora.
E specificare cosa non si vuole restringe più di qualsiasi indicazione positiva: escludere è sempre più efficace di includere.
Il test più semplice che esista
Se si vuole davvero un metodo rapido per capire cosa leggere, ne basta uno con una domanda sola.
Qual è l'ultimo libro che ho finito volentieri? Da quella risposta si ricava tutto: il genere che funziona, il livello di difficoltà tollerato, il tipo di ritmo che tiene.
Non produce un profilo né un'etichetta, e non si può condividere. Ma indica una direzione con più precisione di dieci domande a risposta multipla.
