Vale la pena leggere «Il conte di Montecristo»? È una domanda che si pongono in molti, e non per snobismo: il romanzo di Alexandre Dumas supera nella maggior parte delle edizioni italiane le mille pagine, e prima di impegnare quel tempo è ragionevole voler sapere cosa si troverà.
La risposta breve è sì, ma con alcune precisazioni che vale la pena conoscere prima di cominciare.
Quanto dura davvero
Le edizioni integrali italiane si aggirano fra le mille e le milleduecento pagine, con differenze notevoli a seconda del formato e del corpo tipografico.
Un lettore medio legge fra le trenta e le quaranta pagine all'ora. Significa che il romanzo richiede fra le venticinque e le quaranta ore di lettura effettiva. Distribuite su un'ora al giorno, sono cinque o sei settimane.
Esistono edizioni ridotte, spesso pensate per la scuola, che tagliano parecchio. È una scelta legittima per chi vuole conoscere la storia, ma comporta la perdita di intere sottotrame che nel romanzo hanno un peso.
Di cosa parla
Edmond Dantès è un giovane marinaio alla vigilia del matrimonio e della promozione a capitano. Tre persone che lo invidiano lo denunciano falsamente, e lui viene rinchiuso senza processo nella fortezza del castello d'If.
Ci resta quattordici anni. In prigione incontra un altro detenuto, l'abate Faria, che lo istruisce, gli fa capire chi lo ha tradito e prima di morire gli rivela l'esistenza di un tesoro nascosto sull'isola di Montecristo.
Dantès evade, recupera il tesoro e torna a Parigi anni dopo con un'altra identità e una ricchezza immensa. Da lì comincia la parte più lunga del libro: la costruzione paziente della rovina dei suoi nemici.
Perché regge ancora
Il romanzo è del 1844 e conserva un'efficacia narrativa che molti libri più recenti non hanno. Le ragioni sono due, ed entrambe hanno a che fare con come è stato scritto.
La prima è che uscì a puntate su un giornale. Ogni capitolo doveva convincere il lettore a comprare il numero successivo, e questo ha prodotto una struttura in cui non ci sono pagine morte: qualcosa succede sempre, e i capitoli si chiudono quasi sempre su una sospensione.
La seconda è il meccanismo della vendetta preparata. Il lettore sa cosa Dantès vuole fare e vede la trappola costruirsi pezzo per pezzo, mentre le vittime non se ne accorgono. È una forma di suspense che funziona su chiunque, indipendentemente dall'epoca.
Cosa può risultare faticoso
Ci sono però elementi che oggi richiedono pazienza, ed è giusto saperlo.
La parte centrale, ambientata nella società parigina, contiene lunghe sezioni dedicate a intrighi finanziari, questioni ereditarie e politica della Restaurazione. Sono passaggi importanti per la trama ma richiedono attenzione a un contesto storico che il lettore contemporaneo non conosce.
Ci sono inoltre numerosi personaggi secondari, con nomi che cambiano quando qualcuno assume una falsa identità. Tenere il conto richiede un minimo di applicazione, e chi legge a spizzichi rischia di perdersi.
Infine il romanzo contiene digressioni che l'origine a puntate spiega: episodi che si aprono, durano decine di pagine e si richiudono. Non sono difetti, sono il modo in cui quel tipo di narrativa funzionava.
Per quali lettori funziona
Il libro è particolarmente adatto a chi cerca una storia forte con un protagonista che agisce, a chi non teme la lunghezza, e a chi apprezza le trame costruite come meccanismi.
È meno adatto a chi cerca approfondimento psicologico. Dantès non è un personaggio complesso nel senso moderno: è un uomo con uno scopo, e il romanzo lo segue mentre lo persegue. Chi cerca l'ambiguità interiore di un romanzo russo qui non la trova.
Ed è poco adatto a chi legge dieci minuti prima di dormire. Un libro così lungo, letto in frammenti minimi, si disperde: serve almeno mezz'ora per volta perché la trama resti viva.
Quale edizione scegliere
La scelta più importante riguarda l'integralità. Molte edizioni economiche sono ridotte senza dichiararlo con evidenza: conviene verificare il numero di pagine, perché sotto le ottocento si tratta quasi certamente di una versione abbreviata.
Sulle traduzioni, le versioni recenti tendono a essere più scorrevoli di quelle ottocentesche, che conservano una sintassi più pesante. Per un romanzo di questa lunghezza, la fluidità della traduzione incide parecchio sull'esperienza.
Alcune edizioni riportano note storiche che aiutano a orientarsi nel contesto della Restaurazione francese. Per un lettore che non conosce quel periodo, sono un aiuto reale.
Cosa resta dopo
Chi finisce il romanzo si porta dietro soprattutto una cosa: la sensazione di aver assistito a un progetto portato a termine.
La vendetta di Dantès non è impulsiva. È studiata per anni, eseguita con precisione, e il romanzo si prende tutto il tempo di mostrarne ogni passaggio. È probabilmente questa architettura, più della trama, ciò che ha reso il libro un modello per innumerevoli storie successive.
Chi ha apprezzato questo tipo di costruzione narrativa trova qualcosa di simile nel Il conte di Montecristo e nei romanzi d'avventura ottocenteschi. E c'è un elemento che sorprende chi arriva alla fine: il libro non celebra la vendetta. Dantès arriva a dubitare del proprio diritto di giudicare, e le ultime pagine contengono una considerazione sull'attesa e sulla speranza che ridimensiona tutto quello che è venuto prima.
Non è la conclusione che ci si aspetta da un romanzo d'avventura, ed è probabilmente la ragione per cui continua a essere letto.
Gli adattamenti e il libro
Il romanzo ha avuto decine di versioni cinematografiche e televisive, e quasi tutte hanno un problema comune: la lunghezza.
Una vicenda che nel libro si sviluppa lungo vent'anni e centinaia di personaggi deve essere compressa in due ore, e la compressione elimina proprio quello che rende il romanzo particolare: la pazienza della preparazione.
Nei film Dantès torna e si vendica rapidamente. Nel libro passa centinaia di pagine a costruire relazioni, comprare informazioni, piazzare persone, aspettare.
Chi ha visto un adattamento e pensa di conoscere la storia, in realtà ne conosce lo scheletro. La carne è tutta nel tempo che il romanzo si prende.
