Vale la pena leggere «Alla ricerca del tempo perduto»? È la domanda che precede uno degli impegni di lettura più impegnativi che la letteratura europea proponga: sette volumi, alcune migliaia di pagine, e la fama di essere difficile.
La risposta onesta è: dipende, e non nel senso evasivo. Dipende da cosa si cerca in un libro, e le caratteristiche dell'opera di Proust rendono la scelta meno soggettiva di quanto sembri.
Quanto è lungo davvero
L'opera è divisa in sette parti, pubblicate fra il 1913 e il 1927, le ultime tre postume.
Nelle edizioni italiane il totale supera abbondantemente le tremila pagine, con variazioni a seconda del formato. È comunemente considerato il romanzo più lungo mai scritto in una lingua europea.
Al ritmo di trenta pagine all'ora significa un centinaio di ore di lettura. Un'ora al giorno porta alla fine in circa quattro mesi.
Cosa succede
Poco, se si intende la trama in senso tradizionale.
Un narratore ripercorre la propria vita dall'infanzia all'età adulta: le vacanze in campagna, i primi amori, l'ingresso nella società parigina, le amicizie, le gelosie, la scoperta della propria vocazione di scrittore.
Non ci sono colpi di scena, non ci sono misteri da risolvere, e le cose che accadono occuperebbero in un altro romanzo poche decine di pagine.
Il libro non è costruito sugli eventi ma su come vengono percepiti, ricordati e reinterpretati. È questa la ragione della lunghezza: una scena di cinque minuti può occupare venti pagine, perché quello che conta non è cosa succede ma cosa passa nella testa di chi guarda.
Le frasi
La difficoltà più concreta riguarda la sintassi. Le frasi di Proust sono lunghe, con subordinate che si aprono dentro altre subordinate, e possono occupare mezza pagina.
Non è un vezzo. Quella struttura serve a riprodurre il funzionamento del pensiero, che non procede per affermazioni nette ma per precisazioni successive.
Il risultato pratico è che non si può leggere Proust distrattamente. Chi perde il filo di una frase deve tornare indietro, e questo rende impossibile la lettura in condizioni di rumore o stanchezza.
La madeleine e cosa significa
L'episodio più celebre è quello del dolcetto inzuppato nel tè, che nel primo volume fa riaffiorare nel narratore un ricordo d'infanzia dimenticato.
Quel passaggio è diventato un luogo comune, citato spesso da chi non ha letto il libro. Ma contiene l'idea che regge l'intera opera: il passato non si recupera con la volontà, riemerge per accidente, attraverso una sensazione fisica.
È una tesi sulla memoria che Proust sviluppa lungo tutti i sette volumi e che trova la sua conclusione nell'ultimo, dove il narratore capisce finalmente cosa deve scrivere.
Per chi funziona
Il libro funziona per chi legge per la scrittura più che per la storia. Chi apprezza una frase costruita bene, chi rilegge un passaggio perché gli è piaciuto come è detto, chi non ha fretta di sapere come va a finire.
Funziona anche per chi si interessa alle dinamiche sociali: le pagine sui salotti parigini, sui meccanismi di inclusione ed esclusione, sull'ipocrisia dei rapporti mondani sono fra le più acute mai scritte.
Non funziona per chi legge per la trama, per chi ha poco tempo continuativo, e per chi si aspetta di affezionarsi ai personaggi: sono quasi tutti sgradevoli, e l'autore non fa nulla per renderli simpatici.
Si può leggere solo il primo volume
È la strategia che molti adottano, ed è più sensata di quanto sembri.
Dalla parte di Swann, il primo volume, contiene una parte quasi autonoma dedicata a un amore geloso, che si legge come un romanzo breve. Chi finisce quel volume ha incontrato Proust e sa se gli interessa proseguire.
C'è anche chi consiglia di partire dall'ultimo volume, Il tempo ritrovato, dove l'autore spiega cosa ha fatto. È una strada insolita ma difendibile: si capisce il progetto e poi si torna indietro a vederlo realizzato.
Quale traduzione
Per un testo così legato alla sintassi, la traduzione conta più che in qualsiasi altro caso.
Esistono in italiano diverse versioni, alcune storiche e altre recenti, con scelte molto diverse: chi mantiene la lunghezza delle frasi originali e chi le spezza per renderle più accessibili.
La seconda soluzione facilita la lettura ma toglie proprio la caratteristica che rende Proust quello che è. Conviene sfogliare due pagine in libreria e vedere quale versione si regge.
Il verdetto
Se si cerca un romanzo, esistono romanzi migliori e molto più brevi.
Se si cerca di vedere cosa può fare la scrittura quando qualcuno decide di dedicare la vita a una sola opera, allora la lettura ha senso, e chi la porta a termine di solito la considera un'esperienza a sé.
Chi cerca un'esperienza affine ma più contenuta può guardare a La signora Dalloway, costruito anch'esso sul flusso della coscienza. Un ultimo dato pratico: non serve leggerlo tutto di fila. Molti lettori affrontano un volume, si fermano mesi, riprendono. Il libro non ne soffre, perché non c'è una trama da ricordare — c'è una voce, e quella si riconosce subito.
Quanto è autobiografico
Il narratore non ha nome per quasi tutta l'opera, e in un solo punto viene chiamato con un nome che coincide con quello dell'autore.
È un gioco deliberato: Proust costruisce un narratore che gli assomiglia molto ma che non è lui, e mantiene l'ambiguità per migliaia di pagine.
Molti episodi hanno riscontri nella sua biografia: la salute fragile, i salotti frequentati, le persone reali dietro alcuni personaggi. Ma la vicenda è riorganizzata secondo un disegno che la vita non aveva.
È una delle prime opere in cui il confine fra romanzo e autobiografia viene deliberatamente reso incerto, e per questo viene spesso citata quando si discute di autofiction.
La stanza foderata di sughero
Negli ultimi anni Proust visse quasi sempre chiuso in casa, in una stanza le cui pareti erano state rivestite di sughero per isolarla dai rumori.
Soffriva d'asma grave, dormiva di giorno e scriveva di notte, e ricevette pochissimo. Lavorò all'opera fino a poche settimane dalla morte, aggiungendo materiale ai volumi già composti.
Gli ultimi tre volumi uscirono postumi, curati dal fratello, e questo spiega alcune incongruenze che gli studiosi hanno rilevato: sono testi che l'autore non poté rivedere.
