Libri e romanzi

Umberto Eco ha scritto il primo romanzo a quarantotto anni e pensava non lo avrebbe letto nessuno

Lo ha spiegato lui stesso nelle Postille pubblicate tre anni dopo

Chiostro di un'abbazia medievale con colonne e arcate in pietra

Nel 1980 esce da Bompiani il primo romanzo di un professore universitario di quarantotto anni che fino a quel momento aveva scritto solo saggi di semiotica, estetica medievale e teoria della comunicazione. Il libro racconta una serie di morti in un'abbazia benedettina del Trecento, dura più di cinquecento pagine, contiene lunghi passaggi in latino e discussioni teologiche non tradotte. Umberto Eco pensava che lo avrebbero letto poche migliaia di persone, e lo ha ripetuto in più occasioni. Il nome della rosa ha venduto decine di milioni di copie in tutto il mondo. La cosa colse di sorpresa l'editore, la critica e l'autore.

Come è andata davvero

Il punto di partenza è documentato. Eco, nato nel 1932, insegnava semiotica all'università di Bologna ed era autore di una produzione saggistica ampia e riconosciuta a livello internazionale. Non aveva mai pubblicato narrativa.

Il romanzo viene scritto fra il 1978 e il 1980 ed esce a settembre del 1980. La prima tiratura fu prudente, nell'ordine di poche migliaia di copie. Le vendite crescono nell'arco di pochi mesi per passaparola, la ristampa si susseguono, e nel giro di due anni il libro è tradotto nelle principali lingue.

Nel 1983 Eco pubblica le Postille al Nome della rosa, un testo in cui spiega come ha costruito il romanzo: la scelta del narratore, il lavoro sulle fonti medievali, la decisione sul ritmo iniziale. È un documento raro, perché un autore che smonta il proprio libro subito dopo il successo non è cosa frequente.

È documentato che il romanzo abbia avuto conseguenze sull'editoria italiana: negli anni successivi crescono le pubblicazioni di narrativa storica di ambientazione medievale, e cambia la disponibilità delle case editrici a scommettere su romanzi lunghi e complessi. Il film del 1986 amplia ulteriormente il pubblico.

Perché lo ha fatto

Eco ha raccontato che l'idea nacque quasi per gioco, da una richiesta di scrivere un racconto giallo e dalla voglia, dichiarata in modo scherzoso, di avvelenare un monaco. Ha aggiunto che dopo anni passati a studiare il Medioevo aveva accumulato materiale che nella saggistica non trovava posto.

Nelle Postille spiega inoltre una scelta che sembra un errore e non lo è: le prime cento pagine sono volutamente difficili, lente, cariche di descrizioni architettoniche e di dispute dottrinali. Sostiene di averle concepite come una penitenza iniziale, una prova che seleziona il lettore. Chi le attraversa entra nel ritmo del monastero, dove il tempo è scandito dalle ore canoniche, e da quel momento il libro procede.

Sulla previsione delle vendite è stato costante: si aspettava un pubblico ristretto di lettori con una formazione simile alla sua, e diceva di essere stato smentito dai fatti senza mai aver capito del tutto perché.

Le spiegazioni offerte da altri, secondo cui il successo dipenderebbe dalla struttura poliziesca che regge tutto il resto, o dal fascino esotico del Medioevo, sono ipotesi altrui. Eco le citava con divertimento e non ne sposava nessuna.

Che cosa cambia leggendolo

Sapere che l'inizio è difficile per scelta cambia il modo in cui lo si affronta. Le prime cento pagine contengono la descrizione minuziosa dell'abbazia, l'esposizione delle controversie sulla povertà francescana, la presentazione di un ordine del giorno monastico, e non contengono quasi azione. Il lettore che le attraversa non sta superando un difetto: sta imparando le regole del luogo in cui si svolgerà tutto il resto.

Il secondo elemento è la struttura a strati, che consente letture diverse allo stesso testo. C'è un'indagine con delitti, indizi e soluzione, che regge da sola. C'è una ricostruzione storica di un conflitto politico e religioso del Trecento, con personaggi realmente esistiti. C'è una riflessione sul segno e sull'interpretazione, che è il mestiere del suo autore. I tre livelli non si ostacolano, e ciascun lettore può fermarsi dove vuole.

Il terzo è la cornice del manoscritto ritrovato, dichiarata nelle prime pagine, che permette di scaricare su un narratore antico le stranezze della lingua e insieme di segnalare che tutto è finzione. È un gioco antico, e viene usato in modo esplicito.

Chi vuole vedere come funziona la costruzione può leggere il romanzo e poi le Postille, dove l'autore descrive perfino il lavoro di misurazione degli ambienti, fatto per essere certo che i dialoghi durassero quanto il percorso dei personaggi da una stanza all'altra.

Che cosa si perde

La difficoltà iniziale ha un costo reale: molti lettori si fermano prima delle cento pagine, e il libro ha una fama di romanzo abbandonato che i dati di vendita non contraddicono. Un'opera che seleziona il proprio pubblico rinuncia a una parte di esso, e Eco lo sapeva.

C'è poi il rovescio del successo. La fortuna del romanzo ha oscurato per il grande pubblico la sua opera saggistica, che è più vasta e per molti studiosi più importante, e lo ha trasformato in un autore da classifica, cosa che complicò la sua posizione nel mondo accademico. Chi lo conosce solo per i romanzi ha in mano una parte minore del suo lavoro.

Da dove viene questa storia

La fonte diretta più utile sono le Postille al Nome della rosa, pubblicate nel 1983, dove l'autore descrive il proprio metodo di costruzione. A queste si aggiungono le numerose interviste in cui ha raccontato la genesi del romanzo e le proprie previsioni sulle vendite. La prima edizione Bompiani del 1980 e i dati delle ristampe documentano l'andamento commerciale. Resta incerto quanto le sue ricostruzioni successive siano state riorganizzate a posteriori, come lui stesso ammetteva con una certa ironia.

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