Nella sartoria della famiglia Elia il tempo si misura in punti di ago. Siamo nel Salento degli anni Sessanta, la madre manda avanti il laboratorio, e il padre Pantaleo stabilisce cosa possono e non possono fare le quattro figlie: perché in quegli anni, in tutta Italia, l'onore di una famiglia si difende tenendo le donne al loro posto. Ma nella casa qualcosa si muove lo stesso.
Da qui parte «Gli anni in bianco e nero» di Francesca Giannone, uscito per Nord il 26 maggio 2026 e da allora stabilmente tra i libri più venduti in Italia. È il terzo romanzo dell'autrice salentina dopo «La portalettere», che nel 2023 è stato il romanzo italiano più venduto dell'anno, e «Domani, domani» del 2024.
Quattro sorelle, quattro fughe diverse
Ognuna delle sorelle Elia trova un modo per uscire dalla stanza in cui è stata messa. Giovanna lo fa con la musica, quella che in casa non si dovrebbe ascoltare. Ada si rifugia nei romanzi di Jane Austen. Maria semplicemente si rifiuta di accontentarsi di quello che le viene offerto.
Poi c'è Mimì, la più giovane, che si chiama Domenica e che passa tutto il tempo che può nella cabina di proiezione del cinema Apollo. Da lassù, mentre il proiezionista Cosimino borbotta e riavvolge le pellicole, guarda i film di Fellini e di Visconti e capisce una cosa che le cambierà la vita: la realtà si può montare in un altro ordine. E se si può montare, allora si può anche decidere chi tiene in mano la macchina da presa.
Perché il cinema non è solo un'ambientazione
È Mimì la voce che racconta tutta la storia, e la scelta non è casuale. Francesca Giannone ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia, e si vede: il romanzo procede per inquadrature, con una costruzione delle scene che deve più al montaggio che alla prosa tradizionale.
Il cinema Apollo funziona come funzionavano davvero le sale di paese in quegli anni: un luogo dove entravano immagini di un mondo che il paese non conosceva, e dove chi guardava tornava a casa un po' diverso. Per Mimì è la porta d'ingresso in una possibilità che nessuno le aveva mai nominata: fare quel mestiere, non solo subirlo dalla platea.
Le due rivoluzioni che corrono in parallelo
La parte più riuscita del libro è il modo in cui la vicenda privata sta accanto a quella collettiva senza che l'autrice debba spiegarlo. Mentre in casa Elia le figlie contrattano ogni centimetro di libertà, fuori l'Italia si muove: le occupazioni nelle scuole e negli atenei, le lotte nelle fabbriche, i primi movimenti femministi, i processi che iniziano a mettere in discussione leggi rimaste in piedi per secoli.
Sono gli anni in cui il patriarcato comincia a incrinarsi, non a cadere. Il romanzo lo racconta senza trionfalismi: le conquiste arrivano una alla volta, e ognuna costa a qualcuno qualcosa.
Cosa dicono i lettori, e cosa dice chi ha da obiettare
Il consenso è ampio: molti lettori hanno trovato questo romanzo persino più riuscito de «La portalettere», e lo stile di Giannone — scorrevole, senza inciampi, costruito per non far mai perdere il filo — è la ragione principale del passaparola. Le quattro sorelle Elia sono state accostate a «Piccole donne», e il paragone rende bene l'idea della struttura corale.
Non tutti però sono d'accordo. Alcune recensioni hanno segnalato che questo terzo libro fatica a partire, che i personaggi restano meno definiti rispetto ai romanzi precedenti e che in qualche passaggio la lingua scivola verso toni da feuilleton. È un'obiezione che vale la pena conoscere prima di comprarlo, soprattutto se si arriva da «La portalettere» con aspettative alte.
A chi si consiglia
A chi cerca un romanzo corale che si legga senza sforzo ma non sia vuoto: le 416 pagine passano in fretta e lasciano qualcosa. A chi ha amato i precedenti libri di Giannone, che qui ritrova l'impianto familiare e il Sud raccontato dall'interno. E soprattutto a chi ha voglia di far leggere qualcosa a una figlia o a una nipote: il libro fa capire, meglio di molti discorsi, quanta strada abbiano fatto le donne italiane in poco più di sessant'anni.
Chi invece cerca una prosa che sperimenti o un romanzo che sorprenda per la forma, qui non lo trova. Giannone lavora dentro una tradizione narrativa precisa, e lo fa con mestiere: è esattamente questo che i suoi lettori le chiedono.
