Nel 1952 usciva in Italia la traduzione di «Jane Eyre» di Charlotte Brontë, opera destinata a diventare il riferimento per generazioni di lettori. Quella versione ha dato forma e voce alla giovane orfana nelle case italiane per oltre sessanta anni. Eppure attorno al 2015, quando nuove edizioni cominciarono a circolare con traduzioni diverse, emerse una domanda fino allora rimasta silenziosa: quella versione, così familiare, era ancora adatta al pubblico contemporaneo? La risposta che editori e traduttori si trovarono a dare fu complessa, perché toccava il cuore di una questione raramente esplorata: quando e perché una traduzione invecchia, e soprattutto, cosa significa farla rivivere.
Il declino silenzioso di una traduzione
Una traduzione non muore di colpo. Invecchia lentamente, come un edificio che mantiene la sua struttura ma i cui muri cominciano a mostrare crepe impercettibili. La lingua viva che un traduttore ha scelto negli anni Cinquanta, o negli anni Ottanta, diventa gradualmente arcaica senza che il lettore sempre se ne accorga. Parole che erano comuni diventano letterarie. Costruzioni sintattiche che scorrevano naturali suonano adesso strane, pesanti. I tempi verbali cambiano di uso. Le preposizioni mutano significato. Un aggettivo che aveva una precisa sfumatura perde quella sfumatura e acquista una connotazione diversa.
Accade con «Orgoglio e pregiudizio» di Jane Austen, il cui testo originale inglese rimane identico dal 1813, ma le sue traduzioni italiane no. La versione del 1932 della grande saggista Giuliana Camerino ha dominato il mercato per decenni, poi nuove proposte hanno iniziato a circolare: negli anni Novanta, negli anni Duemila. Non perché il testo di Camerino fosse scorretto, ma perché la leggibilità si era trasformata. Scelte lessicali colte, perfettamente giuste allora, adesso apparivano affettate. I dialoghi, vivi e ironici, sembravano rallentati da una forma di lingua che non era più quella spontanea del presente.
Il laboratorio del traduttore contemporaneo
Quando si decide che una traduzione va rifatta, il traduttore non parte da zero. Legge quella precedente come un archeologo esamina uno strato. Comprende le scelte compiute, rispetta l'intelligenza che le ha guidate, ma si chiede: oggi, quale sarebbe la scelta giusta? E la risposta non è universale, ma storica. Perché tradurre significa portare un testo da una lingua a un'altra, sì, ma anche da un tempo a un altro.
Prendiamo «I promessi sposi» di Alessandro Manzoni, il romanzo italiano per eccellenza. La prosa di Manzoni stesso attraversò tre edizioni distinte perché l'autore voleva che il suo italiano fosse vivo, non morto nei manoscritti. Quando i classici stranieri vengono ritradotti, accade qualcosa di simile: il traduttore si chiede se l'ironia di una scena rimane percepibile con le parole di oggi, se la tensione di un dialogo sopravvive ai cambiamenti della lingua parlata, se la bellezza del verso mantenuta in prosa resiste al passare dei decenni.
Il contesto storico e letterario delle retradotte
Ogni riduzione è anche un'operazione storica. Negli anni Sessanta e Settanta in Italia si traduceva spesso con una leggera distanza dal lettore, una forma di rispetto che significa ormai lontananza. Negli anni Novanta e Duemila, il gusto è mutato verso una maggiore immediatezza, verso una lingua che non insegna al lettore come comportarsi, ma lo lascia libero. Negli ultimi decenni è nata una sensibilità nuova verso l'inclusività linguistica, verso la preservazione di sfumature di genere e di classe che il testo originale conteneva e che traduzioni precedenti avevano livellato.
Un'opera come «Northanger Abbey» di Austen, per esempio, contiene una fortissima satira del romanzo gotico e della società letteraria del suo tempo. Se una traduzione rende troppo grave il tono, la satira scompare. Se lo rende eccessivamente leggero, la profondità svanisce. Una nuova traduzione deve ritrovare quell'equilibrio non attraverso una formula, ma attraverso un orecchio sensibile agli echi contemporanei.
Il mito dell'equivalenza perfetta
Un luogo comune sostiene che tradurre significhi trovare l'equivalente perfetto di ogni parola. Non è così. Equivalenti perfetti non esistono. Esistono soltanto scelte, spesso difficili, spesso contraddittorie. Tradurre è un continuo equilibrio tra fedeltà al testo originale e naturalezza nella lingua d'arrivo. Quando una traduzione invecchia, spesso è perché quella generazione di traduttori ha privilegiato la fedeltà alla lettera e ha sottovalutato la fedeltà allo spirito, oppure il contrario. Una nuova traduzione è l'occasione per interrogarsi di nuovo su questo equilibrio.
Non esiste la traduzione giusta, ma quella più adatta al suo tempo. Per questo motivo molti classici hanno non una sola traduzione contemporanea, ma più versioni circolanti. Non sono concorrenti, ma fratelli che offrono punti di vista diversi su uno stesso testo. Il lettore italiano di oggi che legga «Wuthering Heights» di Emily Brontë può trovare diverse traduzioni in circolazione, non tutte uguali, ognuna con i propri meriti e le proprie scelte.
Quello che rimane dopo la rifatto
Quando il lettore torna a una nuova traduzione di un classico amato, scopre qualcosa di sorprendente: il libro non è lo stesso, ma è ancora quello. La storia non è cambiata, i personaggi respirano con lo stesso respiro, il finale è identico. Eppure la voce è diversa. È come sentire una canzone in un nuovo arrangiamento: la melodia rimane, ma il colore sonoro si trasforma.
Una traduzione rifatta non cancella quella precedente. Semmai, la onora. Perché afferma che quella traduzione è stata così importante da meritare di essere rivisitata, di avere una seconda, una terza, una quarta vita. Perché il classico non appartiene a una singola generazione di traduttori, ma a tutte. E perché la vita del libro non finisce quando esce dalla tipografia: continua, lentamente, nelle scelte di chi lo porta da una lingua all'altra, ancora e ancora, finché c'è qualcuno che vuole leggerlo.
