Accettare un premio è normale. Aver rifiutato un premio letterario è invece un gesto che resta, e che obbliga a chiedersi perché. Nella storia della letteratura questi casi si contano sulle dita, ma ognuno apre una questione più grande di sé: che cosa accetta uno scrittore, insieme al premio.
Sartre e il rifiuto per principio
Il caso più noto risale al 1964. Jean-Paul Sartre viene annunciato vincitore del Nobel per la letteratura e comunica di non volerlo accettare.
Le sue ragioni sono coerenti con tutta la sua opera. Sostiene che uno scrittore non debba lasciarsi trasformare in istituzione, che accettare un riconoscimento ufficiale significhi permettere a un'autorità esterna di certificare il proprio lavoro. Uno scrittore, argomenta, deve rifiutare di essere trasformato in un monumento anche quando il monumento è lusinghiero.
C'è anche una motivazione politica, che Sartre esplicita: in quegli anni il Nobel gli sembrava sbilanciato verso l'Occidente, e accettarlo avrebbe significato prendere posizione in un conflitto culturale che lui leggeva in termini di blocchi contrapposti.
L'Accademia di Svezia registrò il rifiuto ma non revocò l'assegnazione: nell'albo d'oro Sartre risulta vincitore. Il premio esiste anche se nessuno è salito a ritirarlo.
Pasternak e il rifiuto imposto
Sei anni prima era accaduto qualcosa di opposto, e di molto più drammatico.
Nel 1958 il Nobel viene assegnato a Boris Pasternak. Il suo romanzo Il dottor Živago non era stato pubblicato in Unione Sovietica: era uscito in Italia, portato fuori dal paese e stampato da un editore milanese. L'assegnazione del premio a un'opera considerata ostile scatenò una campagna violenta contro lo scrittore.
Pasternak inviò prima un telegramma di accettazione, poi un secondo con cui rinunciava. Fra i due passarono pochi giorni e una pressione che è documentata: espulsione dall'unione degli scrittori, minaccia di perdere la cittadinanza, isolamento pubblico.
Il suo non fu un rifiuto: fu una rinuncia estorta. E la distanza fra i due casi è tutta qui. Sartre disse no da una posizione di libertà; Pasternak disse no perché dire sì gli sarebbe costato tutto. Il premio fu poi ritirato dal figlio molti anni dopo, quando le condizioni erano cambiate.
Le rinunce meno rumorose
Accanto a questi due casi celebri esistono rifiuti più silenziosi, che raramente arrivano alle cronache.
Ci sono scrittori che hanno chiesto di ritirare la propria candidatura da premi nazionali, per non entrare in competizione con amici o per non essere associati a una giuria di cui non condividevano le scelte. Ci sono autori che hanno rifiutato riconoscimenti da istituzioni politiche di cui non volevano essere ospiti. Ci sono casi di premi non ritirati per protesta contro l'organizzazione o contro lo sponsor.
Questi rifiuti hanno una caratteristica comune: raramente vengono spiegati pubblicamente. Chi rifiuta un premio importante fa notizia; chi rifiuta un premio minore, di solito, si limita a non presentarsi.
Cosa si accetta insieme al premio
Perché rifiutare dovrebbe avere senso? La risposta sta in quello che il premio porta con sé oltre al denaro e alla targa.
Un riconoscimento inserisce lo scrittore in una genealogia: da quel momento il suo nome comparirà accanto a quelli dei vincitori precedenti. Lo lega a un'istituzione, con la sua storia e le sue posizioni. Lo trasforma in un rappresentante, che verrà invitato, intervistato, chiamato a dire la sua su questioni che magari non gli interessano.
E soprattutto: cambia il modo in cui i suoi libri verranno letti. Un romanzo premiato non è più solo un romanzo, è il romanzo che ha vinto quel premio. Chi lo apre lo fa con un'aspettativa che l'autore non ha scelto.
Sartre aveva capito questo meglio di molti, e la sua obiezione resta la più interessante: non era contro quel premio in particolare, era contro l'idea che qualcuno possa certificare uno scrittore.
Il rifiuto silenzioso: non partecipare
Esiste una forma di rifiuto che non fa notizia perché avviene prima: non permettere che il proprio libro venga candidato.
In molti premi la candidatura passa dall'editore, che decide quali titoli presentare. Un autore può chiedere di non essere incluso, e la richiesta viene di solito rispettata senza che nessuno lo sappia.
Le ragioni sono varie e spesso pratiche. C'è chi non vuole entrare in competizione con autori dello stesso editore. Chi ha già partecipato e non ha voglia di rifarlo. Chi ritiene che il proprio libro non abbia possibilità e preferisce evitare l'esposizione di una sconfitta annunciata.
Questi rifiuti preventivi sono probabilmente molto più numerosi di quelli clamorosi, e non lasciano traccia. Un premio, si scopre, non premia i libri migliori dell'anno: premia i migliori fra quelli che qualcuno ha deciso di candidare.
Perché quasi tutti accettano
Detto questo, i rifiuti restano rarissimi, e le ragioni sono concrete.
Un premio importante moltiplica le vendite, apre le traduzioni, garantisce anni di lavoro a chi vive di scrittura con margini stretti. Per un autore poco conosciuto può significare la differenza fra continuare a pubblicare e smettere. Rifiutare è un lusso che presuppone di poterne fare a meno.
C'è poi un aspetto meno cinico: un premio è anche un riconoscimento da parte di persone che hanno letto. Per chi passa anni a scrivere in solitudine, sapere che qualcuno ha letto e ha scelto non è cosa da poco.
Forse è questa la ragione per cui i rifiuti colpiscono tanto. Non perché siano gesti eroici, ma perché rivelano quanto sia difficile separare il valore di un'opera dal riconoscimento che riceve. Sartre ci provò e finì comunque nell'albo d'oro. Il premio, si scopre, non ha bisogno del consenso dello scrittore per esistere.
