Quando alcune biblioteche sono andate distrutte non si sono persi soltanto i libri che contenevano. Si è persa la possibilità di sapere quali fossero. È questa doppia perdita che rende le grandi distruzioni così difficili da valutare: manca l'oggetto e manca l'inventario.

Alessandria, la perdita che non fu una sola

La biblioteca di Alessandria d'Egitto è il simbolo di ogni distruzione libraria, e la sua storia è più complicata dell'immagine che circola.

Non ci fu un solo incendio. La biblioteca subì danni in momenti diversi nell'arco di secoli, fra guerre, cambi di potere e tagli ai finanziamenti. Alcune fonti antiche parlano di un incendio durante le operazioni militari di Cesare in Egitto, altre di distruzioni successive. Gli storici discutono ancora su quali episodi siano documentati e quali siano stati aggiunti dalla tradizione.

Quello che è certo è il declino: un'istituzione che era stata il centro del sapere ellenistico smise progressivamente di esistere. E con essa sparì l'idea che stava alla base del progetto, cioè raccogliere in un solo luogo tutti i testi esistenti.

Cosa conteneva? Le stime antiche parlano di centinaia di migliaia di rotoli, ma sono cifre riportate da fonti tarde e vanno prese con cautela. Sappiamo che vi si conservavano opere greche in edizioni curate, che vi lavoravano filologi che confrontavano manoscritti diversi, e che molte opere di cui oggi conosciamo solo il titolo erano probabilmente lì.

Sarajevo, una notte del 1992

Molto più vicina a noi, e documentata con precisione, è la distruzione della Biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia ed Erzegovina.

Nell'agosto del 1992, durante l'assedio della città, l'edificio della Vijećnica fu colpito e bruciò. Non fu un danno collaterale: la biblioteca fu presa deliberatamente di mira. Chi c'era racconta di cenere che cadeva sulla città per giorni, di pagine bruciate che volavano nell'aria.

Andarono perduti manoscritti, periodici, collezioni che documentavano secoli di convivenza fra culture diverse in quella regione. Il danno non fu solo materiale: colpire una biblioteca in un conflitto etnico significa colpire la prova che quelle culture erano state insieme.

Alcuni volumi furono salvati da cittadini che entrarono nell'edificio mentre bruciava. La biblioteca è stata ricostruita e riaperta molti anni dopo, ma le collezioni perdute non sono recuperabili.

Le distruzioni per decisione politica

Non tutte le biblioteche scompaiono in guerra. Alcune vengono smantellate per scelta.

Nel Novecento diversi regimi hanno organizzato roghi pubblici di libri, con una funzione che era esplicitamente simbolica: mostrare quali idee non erano più ammesse. Le fiamme non distruggevano tutte le copie esistenti, ma comunicavano un divieto.

Ci sono poi le eliminazioni silenziose: fondi bibliotecari smembrati, collezioni ritirate dalla consultazione, cataloghi epurati. Questo tipo di distruzione lascia l'edificio in piedi e i libri apparentemente al loro posto, ma rende inaccessibile ciò che il potere non vuole far leggere. È meno spettacolare e spesso più efficace.

Le perdite lente

La maggior parte di quello che è scomparso, però, non è scomparso in un incendio.

Nell'antichità e nel medioevo un testo sopravviveva solo se qualcuno lo ricopiava. Un'opera che smetteva di interessare non veniva più trascritta, e le copie esistenti si deterioravano. Quando l'ultima si perdeva, il testo era finito.

Questo processo ha eliminato più libri di qualsiasi guerra. Non c'è stata una decisione, un colpevole, una data: solo il fatto che nessuno abbia più ritenuto necessario ricopiare. Molte tragedie greche, molti trattati, moltissima poesia sono spariti così.

Come si ricostruisce un'assenza

Gli studiosi hanno strumenti per capire cosa manca, anche se non possono recuperarlo.

Il primo sono le citazioni: autori antichi che riportano brani di opere oggi perdute. Da questi frammenti si ricostruisce almeno il contenuto, a volte lo stile.

Il secondo sono i cataloghi: elenchi di libri compilati quando la biblioteca esisteva. Quando si conserva un catalogo di una collezione distrutta, si sa esattamente cosa è mancato, ed è un'informazione preziosa e dolorosa insieme.

Il terzo sono i ritrovamenti. Papiri riemersi da sabbie egiziane, palinsesti in cui un testo antico è stato raschiato per riscriverci sopra e che tecniche moderne riescono a rileggere, volumi ricomparsi in archivi privati. Sono casi rari, ma succedono ancora.

Le biblioteche private disperse

Accanto alle grandi istituzioni ci sono perdite meno visibili: le biblioteche personali che vengono smembrate alla morte del proprietario.

Una raccolta costruita in una vita ha un ordine che dice qualcosa: quali autori stavano vicini, quali edizioni erano state scelte, quali annotazioni collegavano un volume all'altro. Quando quella raccolta viene venduta a lotti o dispersa fra eredi, i singoli libri sopravvivono ma l'insieme scompare.

Per le biblioteche di scrittori e studiosi questa perdita è documentata: molte collezioni importanti sono state ricostruite solo parzialmente, e in alcuni casi si conosce l'elenco dei volumi ma non dove siano finiti.

Alcune istituzioni acquisiscono biblioteche private per conservarle intatte, mantenendo l'ordine originale degli scaffali. È una pratica costosa e poco spettacolare, che però salva un'informazione che nessun catalogo può registrare.

Perché continuiamo a raccontarlo

Le biblioteche distrutte occupano un posto particolare nell'immaginario, più di altri beni perduti. Forse perché un libro contiene un pensiero che qualcuno ha voluto conservare, e distruggerlo significa interrompere quella volontà.

C'è però una lezione pratica in queste storie, ed è meno malinconica di quanto sembri: quello che si è salvato, si è salvato perché era in più posti. Le copie disperse, gli esemplari finiti lontano, le traduzioni fatte altrove hanno permesso a molti testi di attraversare distruzioni che avrebbero dovuto cancellarli.

La dispersione, che sembra il contrario della conservazione, è stata la forma di conservazione più efficace. È una cosa che vale la pena ricordare adesso, che i testi sono più concentrati di quanto siano mai stati.