Libri e romanzi

Primo Levi ha fatto il chimico per tutta la vita e ha sempre rifiutato di essere chiamato scrittore a tempo pieno

Lo ha spiegato lui stesso in decine di interviste: la fabbrica gli dava materia e una disciplina

Provette e vetreria da laboratorio disposte su un banco di lavoro

Per trent'anni, dal 1948 al 1977, Primo Levi ha timbrato il cartellino in una fabbrica di vernici a Settimo Torinese. È entrato come chimico e ne è uscito da direttore dello stabilimento. In quegli stessi anni ha scritto i libri per cui è conosciuto, ma sempre la sera, la domenica, nei ritagli, e quando gli chiedevano che mestiere facesse rispondeva che faceva il chimico. Ha rifiutato per tutta la vita la definizione di scrittore a tempo pieno, e non per modestia: sosteneva che il lavoro in fabbrica gli desse qualcosa che alla scrittura serviva. Ha smesso di andare in fabbrica solo andando in pensione.

Come è andata davvero

La cronologia si ricostruisce con precisione. Levi si laurea in chimica a Torino nel 1941, con la menzione delle leggi razziali sul diploma. Nel 1943 entra in una formazione partigiana, viene catturato, e nel febbraio 1944 è deportato ad Auschwitz, dove sopravvive anche grazie alla propria competenza chimica, impiegata in un laboratorio del campo. Torna a Torino nell'ottobre 1945.

Scrive Se questo è un uomo fra il 1946 e il 1947. Il libro viene proposto a Einaudi e respinto. Esce nel 1947 per De Silva, casa editrice piccola, in duemilacinquecento copie, di cui gran parte rimasta invenduta e in seguito distrutta da un'alluvione nei magazzini. Il libro trova il pubblico solo nel 1958, quando Einaudi lo ripubblica in una versione rivista.

Nel frattempo, dal 1948, Levi lavora alla SIVA, azienda di vernici e smalti per fili elettrici alle porte di Torino. Vi resta fino al pensionamento, arrivando alla direzione tecnica dello stabilimento. È documentato che viaggiasse per lavoro, che seguisse impianti e forniture, e che scrivesse nelle ore libere.

Solo dopo il 1977 si dedica esclusivamente ai libri. Sono gli anni delle ultime opere, fra cui il romanzo sui partigiani ebrei e il libro di riflessione sulla memoria del campo, pubblicato l'anno prima della morte, avvenuta nel 1987.

Perché lo ha fatto

Levi ha spiegato questa scelta molte volte, in interviste e in interventi scritti, e le sue ragioni sono di due tipi. La prima è materiale: aveva una famiglia, uno stipendio serviva, e la scrittura in Italia non manteneva quasi nessuno. Lo ha detto senza girarci intorno.

La seconda è più interessante e la ripeteva con convinzione: il lavoro in fabbrica gli forniva materia e insieme una disciplina mentale. Sosteneva che chi passa la giornata a verificare se una reazione funziona sviluppa una diffidenza verso le parole che non corrispondono a niente, e che la fabbrica lo teneva in contatto con un mondo di cose concrete e di persone che non leggevano libri.

Ha inoltre respinto in più occasioni l'idea del letterato puro, indicando in questo un residuo di gerarchia culturale italiana, per cui la cultura umanistica sarebbe superiore a quella tecnica. Considerava le due formazioni equivalenti e la separazione un danno per entrambe.

Chi ha proposto letture psicologiche, secondo cui il lavoro sarebbe stato una difesa contro la memoria del campo, va citato come autore di quelle letture. Levi non lo ha mai detto, e la spiegazione che dava era diversa.

Che cosa cambia leggendolo

La formazione scientifica si vede sulla pagina in modi verificabili. Il primo è il lessico: Levi usa il termine esatto e lo usa una volta sola, senza sinonimi decorativi. Quando descrive una sostanza, un procedimento, un oggetto, la descrizione è tale che si potrebbe rifare l'operazione.

Il secondo è la diffidenza per l'enfasi. Nelle pagine su Auschwitz i fatti più insostenibili sono esposti con una sintassi piana, senza aggettivi che orientino il giudizio, e l'effetto nasce proprio da quella sproporzione fra materia e tono. Il testo non dice al lettore che cosa provare, gli dice che cosa è successo.

Il terzo è la struttura per procedimenti. Levi tende a raccontare per fasi, come si descrive un processo, e questo si vede in modo evidente nel libro in cui ogni capitolo prende il nome di un elemento chimico e da quell'elemento parte per raccontare un episodio di vita. Il legame fra l'elemento e la vicenda non è una decorazione: è la proprietà fisica della sostanza a generare il racconto.

Chi vuole vedere il metodo nel modo più netto può leggere il capitolo su un elemento inerte e osservare come una caratteristica chimica diventi il modo di descrivere un carattere umano, senza che l'analogia venga mai dichiarata.

Che cosa si perde

Il costo è duplice. Sul piano materiale, trent'anni di lavoro a tempo pieno significano libri non scritti: Levi ha detto che molte cose gli erano rimaste in testa e che il tempo non era bastato. La produzione degli ultimi dieci anni, dopo la pensione, è la più fitta della sua vita e lascia intravedere quello che sarebbe potuto essere.

Sul piano della ricezione, la definizione di chimico che scriveva ha nuociuto a lungo alla sua collocazione. Per anni è stato letto come testimone e non come scrittore, e la qualità della sua prosa è stata riconosciuta tardi, in parte proprio perché lui stesso rifiutava la qualifica. La modestia professionale ha avuto un prezzo critico.

Da dove viene questa storia

Le fonti principali sono le interviste raccolte in volume, dove Levi parla ripetutamente del rapporto fra fabbrica e scrittura, e i suoi scritti dispersi su giornali e riviste. La vicenda editoriale del primo libro è documentata dagli archivi Einaudi e dalle edizioni De Silva del 1947, oggi rare. Le biografie condotte su documenti aziendali hanno ricostruito la carriera alla SIVA. Resta discussa l'interpretazione dei suoi ultimi mesi, su cui le testimonianze non concordano.

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