Libri e romanzi

Pier Paolo Pasolini ha scritto i primi versi in friulano a diciannove anni, in una lingua senza tradizione scritta

Trecento copie stampate a spese dell'autore e una recensione di Gianfranco Contini

Campagna friulana con filari e case di paese nella luce del pomeriggio

Nel luglio del 1942 esce a Bologna un libretto di poesie stampato a spese dell'autore, che ha diciannove anni ed è studente universitario. Le poesie non sono in italiano: sono in friulano, nella parlata di Casarsa, il paese della madre, una lingua che allora non aveva una tradizione scritta riconosciuta e che veniva considerata inadatta alla poesia. L'autore è Pier Paolo Pasolini, e la scelta non è un esercizio. È una posizione, presa a diciannove anni e mantenuta per tutta la vita, sul rapporto fra le lingue che si parlano e le lingue che si scrivono.

Come è andata davvero

Il volume, Poesie a Casarsa, esce nel 1942 presso la Libreria Antiquaria Mario Landi di Bologna, in una tiratura di trecento copie, pagata dall'autore. Pasolini è iscritto all'università di Bologna e trascorre i periodi estivi a Casarsa della Delizia, in Friuli, dove la madre era nata.

La lingua adottata è la parlata della zona di Casarsa, sulla destra del Tagliamento, che non coincideva con la varietà friulana allora usata in poesia. È documentato che Pasolini non l'avesse appresa come lingua madre nel senso stretto ma l'avesse assorbita nei soggiorni e attraverso la famiglia materna, e che ne fissasse la grafia in assenza di una norma consolidata.

Il libro riceve una recensione favorevole da Gianfranco Contini, filologo di primo piano, che ne riconosce il valore linguistico. Il riconoscimento da parte di uno studioso di quel rango, per un esordiente autopubblicato, è il fatto che apre all'autore la strada.

Negli anni successivi Pasolini prosegue in friulano, partecipa a iniziative per la valorizzazione di quella lingua e nel 1945 fonda con altri un'accademia dedicata. Dopo il trasferimento a Roma, nel 1950, il centro del suo interesse si sposta sulle parlate delle periferie romane.

Perché lo ha fatto

Pasolini ha spiegato la scelta in scritti e interventi, e le ragioni sono almeno tre. La prima è affettiva e la dichiarò subito: il friulano era la lingua della madre e dei luoghi dell'infanzia estiva, e scrivere in quella parlata significava scrivere in una lingua non scolastica, non passata attraverso l'istruzione.

La seconda è polemica. Negli anni quaranta la poesia italiana era dominata da un uso della lingua altissimo e selezionato, e scegliere una parlata contadina senza tradizione scritta significava contestare quella gerarchia. Pasolini lo ha detto in modo esplicito in scritti successivi.

La terza è teorica e si sviluppa nel tempo: l'idea che le lingue parlate dai gruppi sociali senza potere contengano una vitalità che la lingua nazionale ha perso, e che il compito di chi scrive sia raccoglierla. È la stessa convinzione che lo porterà, dieci anni dopo, a costruire i romanzi romani sul parlato delle borgate, con glossari in appendice.

Chi ha letto la scelta friulana come nostalgia rurale propone un'interpretazione che va attribuita a chi la fa. Le ragioni che Pasolini dava erano linguistiche e politiche, e le ripeté per trent'anni.

Che cosa cambia leggendolo

Sapere questo cambia il modo di guardare l'intera sua opera, che di solito viene divisa in blocchi separati: le poesie friulane, i romanzi romani, il cinema, gli articoli polemici. Vista dal 1942, è una sola linea. La domanda è sempre la stessa: che cosa succede quando una lingua senza prestigio viene messa sulla pagina.

Nelle poesie friulane l'operazione si vede in modo materiale. I testi sono brevi, con una musicalità che dipende dalle vocali di quella parlata, e la versione italiana che li accompagna non riesce a renderla: le due colonne dicono le stesse cose e suonano in modo diverso. È il primo caso in cui l'autore mostra che tradurre significa perdere.

Nei romanzi degli anni cinquanta il procedimento cambia scala. Il romano delle borgate non è la lingua del narratore ma quella dei personaggi, e la distanza fra le due produce l'effetto principale del libro: un narratore colto che osserva un mondo di cui riporta le parole esatte senza tradurle. Le appendici con i glossari dicono che l'autore sapeva di scrivere per lettori esterni.

Chi vuole verificare la continuità può leggere una poesia friulana con l'italiano a fianco e poi una pagina di dialogo dei romanzi romani. Il procedimento è lo stesso, applicato a due mondi diversi.

Che cosa si perde

Scrivere in una lingua che pochi leggono ha un costo evidente e Pasolini lo pagò: le poesie friulane restarono per decenni conosciute a una cerchia ristretta, e sono ancora oggi la parte meno letta della sua opera, spesso attraversata solo nella versione italiana, che è un'altra cosa.

C'è poi un limite interno all'operazione, che gli fu contestato: uno studente universitario di città che adotta la parlata dei contadini compie comunque un'operazione letteraria dall'esterno, e la sua posizione non è quella di chi quella lingua la parla soltanto. Pasolini ne era consapevole e non lo nascose. La contraddizione resta in piedi, e non si scioglie.

Da dove viene questa storia

La prima edizione del 1942 è conservata in poche copie e documenta la tiratura e le condizioni di stampa. La recensione di Gianfranco Contini apparve su un quotidiano dell'epoca ed è stata poi raccolta in volume. Gli scritti di Pasolini sulla lingua, dispersi in riviste e giornali e successivamente riuniti, contengono le sue argomentazioni dirette. Le carte conservate negli archivi friulani documentano l'attività dell'accademia fondata nel 1945. Resta discussa la misura esatta della sua competenza attiva del friulano prima del 1942.

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