Nelle traduzioni italiane spariscono alcuni avvertimenti presenti all'estero. È un'osservazione che circola da qualche tempo fra chi segue la narrativa di genere, e riguarda un dettaglio che sta nelle prime pagine di molti libri anglosassoni e che nell'edizione italiana a volte non compare.

Si chiamano avvertenze sui contenuti, o trigger warning nella formula originale. Sono un elenco breve dei temi difficili presenti nel testo, posto prima dell'inizio del romanzo.

Come sono fatte

Una nota tipica occupa poche righe e dice qualcosa come: questo libro contiene riferimenti a violenza domestica, abuso di sostanze, autolesionismo, scene sessuali esplicite.

Non racconta la trama e non anticipa il finale: segnala soltanto la presenza di certi elementi, lasciando a chi legge la decisione su cosa farne.

Sono nate nella narrativa di genere anglosassone, in particolare nel romance e nel romantasy, dove il pubblico è in gran parte giovane e la comunità di lettori ha sviluppato l'abitudine di segnalarsi queste informazioni reciprocamente. Da pratica informale sono diventate in molti casi un elemento editoriale.

Perché in Italia a volte non ci sono

Le ragioni non sono state oggetto di una spiegazione ufficiale da parte degli editori, e quindi vanno prese per quello che sono: ipotesi ragionevoli.

La prima è che si tratti di una convenzione che nell'editoria italiana non si è affermata. Non esiste un obbligo né una prassi consolidata, e ogni casa editrice decide per sé.

La seconda riguarda il posizionamento commerciale. Un'avvertenza sui contenuti segnala che il libro contiene materiale forte, e questo può orientare l'acquisto in modi che l'editore preferisce evitare — soprattutto se il libro viene esposto in sezioni frequentate da un pubblico giovane.

La terza è più prosaica: nella catena che porta dal testo originale all'edizione italiana, elementi paratestuali come queste note possono semplicemente non essere considerati parte del materiale da tradurre.

La discussione

Il tema è stato sollevato pubblicamente in Italia da Valentina Pigmei su Internazionale, in relazione al boom del romance. Il suo argomento: se il pubblico di quei libri comprende ragazzine di dodici o tredici anni, e se le copertine sono illustrate in modo ingannevolmente innocente, l'assenza di un'indicazione sui contenuti lascia genitori e lettrici senza informazioni che nell'edizione originale erano disponibili.

Le titolari della libreria milanese In cerca di guai sono state più dure, sostenendo che gli editori di romance vendano contenuti espliciti a minori di dodici anni senza alcuna regola, mentre i genitori restano ignari e anzi contenti che le figlie abbandonino il telefono per un tomo da settecento pagine.

Dall'altra parte esistono obiezioni serie all'idea stessa delle avvertenze. C'è chi sostiene che segnalare in anticipo i temi difficili tolga al romanzo parte del suo effetto, che la letteratura serva proprio a mettere il lettore di fronte a ciò che non si aspetta, e che l'abitudine alle segnalazioni possa scivolare in una forma di autocensura preventiva.

C'è anche un argomento pratico: un elenco di temi difficili è, di fatto, un elenco di cose che accadono nel libro. Può funzionare da anticipazione non voluta.

Cosa distingue un'avvertenza da una classificazione

Vale la pena tenere separate due cose che nella discussione si confondono.

Un'avvertenza sui contenuti è un'informazione: dice cosa c'è dentro, e lascia decidere. Non impedisce a nessuno di comprare né di leggere.

Una classificazione per età è una regola: stabilisce chi può accedere a cosa. È il modello che si applica al cinema e ai videogiochi, e in Italia non esiste per i libri.

La distinzione conta, perché chi obietta alle avvertenze temendo la censura sta rispondendo alla seconda cosa mentre si discute della prima. Un elenco di temi in seconda pagina non toglie niente a nessuno: aggiunge un'informazione a chi vuole averla e può essere ignorato da chi non la vuole.

Cosa può fare chi compra

In assenza di indicazioni sul volume, restano alcuni strumenti pratici.

Le comunità di lettori online segnalano abitualmente questo tipo di informazione, spesso in modo più dettagliato di qualsiasi editore. Cercare il titolo aggiungendo la parola avvertenze, o il termine inglese, restituisce di solito quello che serve.

Il sito dell'editore originale, per i libri tradotti, riporta talvolta la nota che manca nell'edizione italiana.

E resta il libraio, che se conosce il catalogo sa dire di cosa parla un libro e a chi è adatto. È l'informazione più affidabile disponibile, e costa una domanda.

Cosa succede negli altri media

Il confronto con altri settori aiuta a capire la specificità del libro.

Il cinema ha una classificazione per età stabilita da una commissione, con conseguenze pratiche sull'accesso in sala. I videogiochi hanno un sistema europeo che indica in copertina l'età consigliata e i contenuti presenti, con simboli standardizzati. Le piattaforme di streaming segnalano i contenuti sensibili prima dell'inizio.

Il libro no. È l'unico prodotto culturale di larga diffusione che arriva al pubblico senza alcuna indicazione obbligatoria.

Ci sono ragioni storiche solide: la classificazione dei libri evoca esperienze che l'Europa ha conosciuto e che nessuno vuole ripetere. Ma il risultato pratico è che un genitore ha più informazioni su un videogioco da venti euro che su un romanzo che la figlia leggerà per venti ore.

Il punto che rimane

Il tema non è se i romanzi debbano contenere materiale difficile: lo contengono da sempre, e sarebbe una letteratura povera quella che ne facesse a meno.

Il punto è che un'informazione disponibile in una lingua smetta di esserlo in un'altra. Chi compra un romanzo in inglese sa una cosa che chi compra lo stesso romanzo in italiano non sa, e non perché abbia scelto di non saperla.

È una differenza che non riguarda i contenuti dei libri ma la trasparenza verso chi li acquista. E su quella, a differenza che sulle avvertenze in sé, è difficile trovare argomenti contrari.