Il primo giovedì di ottobre, poco dopo mezzogiorno, una porta si apre a Stoccolma e il Nobel per la letteratura trova il suo vincitore. Nelle ore successive quel nome viene cercato, discusso, contestato. E quasi sempre appartiene a qualcuno che scrive da trenta o quarant'anni.

La domanda che nessuno pone è perché. Perché un premio che dovrebbe segnalare la letteratura vivente arrivi con tanto ritardo rispetto ai libri che lo hanno meritato. La risposta non sta nella lentezza dei giurati, ma in come il premio è stato concepito fin dall'inizio.

Cosa chiedeva Alfred Nobel

Il testamento che istituisce i premi contiene una formula sorprendentemente vaga per la letteratura: deve andare a chi ha prodotto l'opera più notevole in direzione ideale. Quell'aggettivo, nella traduzione dallo svedese, ha fatto discutere per più di un secolo. Direzione ideale significa idealista? Elevata? Che indica una direzione?

L'ambiguità ha permesso interpretazioni molto diverse nel tempo, ma un elemento è rimasto costante: il premio guarda a un'opera, non a un libro. Non esiste un Nobel per il miglior romanzo dell'anno. Esiste un riconoscimento a un percorso che deve essersi già manifestato abbastanza da poter essere giudicato.

Questa scelta ha una conseguenza aritmetica: per giudicare un percorso bisogna aspettare che il percorso ci sia. Uno scrittore di trentacinque anni con due romanzi straordinari non ha ancora un'opera. Ne ha l'inizio.

L'Accademia che decide

A scegliere è l'Accademia di Svezia, un'istituzione fondata nel Settecento con compiti che riguardavano originariamente la lingua svedese. I suoi membri sono nominati a vita, e questo è il secondo fattore di ritardo: un corpo che si rinnova lentamente conserva a lungo i propri gusti, le proprie letture, le proprie diffidenze.

Il processo dura quasi un anno. Arrivano centinaia di candidature da accademie, docenti universitari, associazioni di scrittori, precedenti vincitori. Un comitato ristretto le riduce prima a una ventina di nomi, poi a cinque. Nei mesi estivi gli accademici leggono i finalisti, spesso in traduzione, spesso opere intere. Poi si vota.

Chi conosce il funzionamento delle commissioni sa cosa produce un processo così: la ricerca del consenso premia i nomi su cui è più facile trovarsi d'accordo. E il consenso, in letteratura, si forma nel tempo. Uno scrittore controverso a cinquant'anni può diventare un classico a settanta, non perché sia cambiato lui, ma perché è cambiato il modo in cui viene letto.

La prudenza imparata dagli errori

C'è poi una ragione che l'Accademia non dichiara ma che pesa: la memoria delle scelte sbagliate.

Nella prima metà del Novecento il premio andò più volte ad autori oggi quasi dimenticati, mentre alcuni fra i più grandi scrittori dell'epoca non lo ricevettero mai. Tolstoj era vivo quando il premio fu istituito e non lo ebbe. Non lo ebbero Proust, Joyce, Virginia Woolf, Kafka, Borges. L'elenco delle assenze è più impressionante di molti elenchi di vincitori.

Questa storia ha lasciato un segno. Premiare uno scrittore la cui opera è compiuta riduce il rischio di sbagliare: si sa già cosa ha scritto, si è già visto se regge alla rilettura, si conosce già l'influenza che ha avuto. Premiare un autore a metà percorso significa scommettere. E l'Accademia ha imparato che le scommesse, in letteratura, si perdono spesso.

Il prezzo del ritardo

La prudenza ha però un costo, e si paga in due modi.

Il primo è che il Nobel arriva quando spesso non serve più. Uno scrittore già tradotto in quaranta lingue, già presente in tutte le librerie del mondo, riceve un riconoscimento che aggiunge poco alla sua diffusione. Il premio che potrebbe cambiare la vita a un autore poco conosciuto va quasi sempre a chi non ne ha bisogno.

Il secondo è più definitivo: il Nobel non si assegna alla memoria. Se uno scrittore muore prima che il consenso si formi, il premio non arriverà mai. È quello che è successo a molti dei nomi citati sopra, e continua a succedere.

Negli ultimi decenni l'Accademia ha allargato lo sguardo oltre l'Europa, ha premiato lingue e tradizioni prima ignorate, ha fatto scelte che hanno sorpreso. Ma il ritardo strutturale è rimasto, perché deriva dalla natura stessa del premio, non dalle preferenze di chi lo assegna.

Il caso delle scoperte tardive

C'è una categoria di vincitori che merita attenzione a parte: gli autori poco noti al pubblico internazionale che il premio porta improvvisamente all'attenzione mondiale.

Succede soprattutto con lingue meno tradotte. Uno scrittore letto e stimato nel proprio paese, con un'opera importante alle spalle, può essere quasi sconosciuto altrove semplicemente perché nessun editore ha investito nella traduzione.

In questi casi il Nobel produce un effetto reale: nel giro di mesi partono traduzioni in decine di lingue, escono edizioni, si aprono cataloghi. È il momento in cui il premio fa quello che dovrebbe fare, cioè spostare l'attenzione.

Anche qui, però, il ritardo pesa. Quelle traduzioni arrivano quando l'autore ha ottanta anni, e i lettori che avrebbero potuto seguirlo lungo il percorso lo incontrano alla fine. Si legge l'opera completa tutta insieme, invece che libro dopo libro come l'hanno letta i suoi connazionali.

Come leggere l'annuncio di ottobre

Per chi legge, tutto questo suggerisce un modo diverso di guardare all'annuncio annuale.

Il Nobel non dice chi è il più grande scrittore vivente: dice quale opera, fra quelle già compiute, l'Accademia ha ritenuto di poter riconoscere adesso. È un giudizio retrospettivo travestito da notizia. Il libro che vale la pena leggere di quell'autore, molto probabilmente, è uscito vent'anni prima.

C'è però un modo utile di usare il premio: come mappa. Ogni Nobel apre una porta su una lingua, una tradizione, un continente che il lettore italiano magari non frequenta. Non è la porta principale, e non è nemmeno sempre la più interessante. Ma è una porta che si apre ogni ottobre, e attraversarla costa poco. Il resto — decidere se quello scrittore parla anche a noi — resta un lavoro che nessuna accademia può fare al posto nostro.