Perché il libro di Marco Polo si chiama «Il Milione»? La domanda ha una risposta meno immediata di quanto si pensi, perché quel titolo non è stato scelto dall'autore e le spiegazioni proposte sono più d'una.
Il testo, dettato da Marco Polo mentre si trovava in carcere a Genova, circolò in Europa con titoli diversi: in francese antico come Le divisament dou monde, in latino come De mirabilibus mundi, e in altre forme ancora. Il nome con cui è passato alla tradizione italiana è un altro.
La spiegazione più accreditata
L'ipotesi che gli studiosi considerano più solida riguarda un soprannome di famiglia.
I Polo erano noti a Venezia come Emilione, forma che deriverebbe da un nome proprio presente nella famiglia. Con il tempo il soprannome si sarebbe abbreviato in Milione, e sarebbe passato a indicare il libro del suo membro più celebre.
Questa spiegazione ha il vantaggio di essere documentata: il soprannome compare in atti veneziani dell'epoca, indipendentemente dal libro.
L'ipotesi delle esagerazioni
Esiste però una seconda spiegazione, molto più diffusa nel senso comune, secondo cui il titolo deriverebbe dalle esagerazioni contenute nel racconto.
Marco Polo descriveva città enormi, eserciti sterminati, ricchezze incalcolabili. I lettori europei del Trecento non avevano modo di verificare, e molti considerarono quelle descrizioni fantasiose. Il libro dei milioni sarebbe quindi un titolo ironico: il libro di uno che conta tutto a milioni.
La leggenda vuole che il soprannome fosse affibbiato a Marco Polo stesso, chiamato Messer Milione per la sua tendenza a moltiplicare le cifre.
È una spiegazione affascinante e probabilmente costruita dopo, ma dice qualcosa di vero sull'accoglienza del libro: molti non gli credettero.
Aveva ragione lui
La parte interessante è che le cifre di Marco Polo, verificate secoli dopo, si sono rivelate in larga parte attendibili.
Le città cinesi del Tredicesimo secolo erano effettivamente più grandi di qualsiasi città europea. Il sistema postale mongolo, la carta moneta, l'uso del carbone come combustibile, le dimensioni della flotta: tutte cose che i lettori europei giudicarono inverosimili e che erano esatte.
Il problema non era che Marco Polo esagerasse. Era che l'Europa del Trecento non aveva termini di paragone per capire di cosa stesse parlando.
Cosa contiene davvero
Chi si aspetta un diario di viaggio troverà qualcosa di diverso. Il libro è organizzato più come una descrizione sistematica dei territori attraversati che come un racconto in prima persona.
Per ogni regione riporta la posizione, il clima, la religione, i prodotti, i costumi, il sistema di governo. È un testo dalla struttura ripetitiva, che assomiglia più a un repertorio che a un'avventura.
Questa impostazione ha una spiegazione pratica: i Polo erano mercanti, e il tipo di informazione che raccoglievano serviva a chi doveva commerciare. Sapere cosa si produce in una regione, che moneta circola e chi comanda era la cosa utile.
Il ruolo di Rustichello
Il testo non fu scritto da Marco Polo ma dettato a un compagno di prigionia, Rustichello da Pisa, che era uno scrittore di romanzi cavallereschi.
Questa circostanza ha conseguenze sul testo. Alcuni passaggi hanno un tono narrativo che stride con la struttura da repertorio, e in diversi punti si riconoscono formule tipiche della letteratura cavalleresca.
Quanto Rustichello abbia aggiunto di proprio è una questione discussa da secoli e non risolta. Quello che è certo è che il libro come lo leggiamo è il prodotto di due persone, e che una delle due faceva lo scrittore di mestiere.
Le versioni che non coincidono
Un ulteriore elemento di complicazione: del Milione non esiste un testo originale.
Il libro circolò in decine di manoscritti, in lingue diverse, con contenuti che non coincidono. Alcune versioni contengono capitoli assenti in altre, e le differenze non sono marginali.
Gli studiosi lavorano da oltre un secolo per ricostruire un testo il più possibile vicino all'originale, e le edizioni moderne sono il risultato di quel lavoro. Ma un lettore che confronti due edizioni diverse può trovare discrepanze.
Perché il titolo è rimasto
Fra tutti i nomi con cui il libro circolò, Il Milione è quello che ha vinto in italiano, ed è probabilmente merito della sua efficacia.
È breve, è memorabile, e contiene un'ambiguità che funziona: si può leggere come riferimento alla ricchezza descritta o come ironia sull'attendibilità del racconto.
È un fenomeno che riguarda molti classici: il titolo con cui li conosciamo non è quello che l'autore aveva in mente. Sette secoli dopo, quel titolo continua a fare quello che un buon titolo deve fare: far venire voglia di sapere cosa ci sia dentro. E la risposta, per chi apre il libro, è quasi sempre diversa da quella che si aspettava.
Cosa non c'è nel libro
Alcune cose che tutti associano a Marco Polo non compaiono nel testo, e vale la pena chiarirlo.
Non si parla degli spaghetti portati dalla Cina: è una leggenda nata molto dopo, e la pasta era già nota in Italia prima del suo viaggio.
Non compare la Grande Muraglia, assenza che alcuni studiosi hanno usato per mettere in dubbio che sia mai stato in Cina. La spiegazione più accreditata è che nel Tredicesimo secolo la muraglia fosse in gran parte in rovina e non avesse l'aspetto monumentale che conosciamo.
Non c'è nemmeno il tè, che pure era diffusissimo. Sono lacune che hanno alimentato per secoli il dibattito sull'autenticità del racconto.
Ci è andato davvero
La questione se Marco Polo sia effettivamente arrivato in Cina è discussa da tempo, con posizioni contrapposte fra gli studiosi.
Chi sostiene di no fa leva sulle assenze appena citate e sul fatto che il nome dei Polo non compaia negli archivi cinesi dell'epoca. Chi sostiene di sì porta l'accuratezza di moltissime informazioni che non potevano essere ottenute per sentito dire.
La posizione prevalente oggi è che il viaggio sia avvenuto, e che il libro contenga insieme osservazioni dirette e informazioni raccolte da altri.
