Perché «1984» si chiama così? La spiegazione più diffusa è anche la più semplice: George Orwell completò il romanzo nel 1948, e invertendo le ultime due cifre ottenne il titolo.
È un'ipotesi elegante e molto citata, ma va detto subito che non esiste una conferma diretta dell'autore. Orwell morì nel gennaio 1950, pochi mesi dopo la pubblicazione, e non lasciò una spiegazione esplicita del titolo.
Le altre ipotesi
Accanto all'inversione del 1948 sono state proposte altre spiegazioni, nessuna delle quali ha soppiantato la prima.
Una riguarda il centenario della fondazione della Fabian Society, l'organizzazione socialista britannica nata nel 1884. Orwell aveva un rapporto critico con quella tradizione politica, e il riferimento avrebbe un senso polemico.
Un'altra chiama in causa un romanzo di Jack London, Il tallone di ferro, in cui compaiono date significative, o altri testi distopici che Orwell conosceva.
C'è infine chi sostiene che il titolo fosse semplicemente una data abbastanza lontana da sembrare futuro e abbastanza vicina da sembrare possibile: quarant'anni sono lo spazio di una generazione.
Il titolo che l'editore non voleva
Un dettaglio meno noto riguarda le alternative considerate durante la lavorazione.
Orwell aveva pensato a The Last Man in Europe, che descrive il contenuto del romanzo in modo più esplicito: la vicenda di Winston Smith come ultimo uomo che conserva una coscienza individuale.
Fu l'editore a spingere per il titolo numerico, ritenendolo commercialmente più efficace. Una scelta che si è rivelata giusta: un titolo che è una data crea immediatamente una domanda nella testa di chi lo legge.
Cosa succede quando la data passa
Il 1984 è arrivato ed è passato quarantadue anni fa. Questo poneva un problema evidente al romanzo: un libro il cui titolo è una data futura rischia di diventare datato nel momento in cui quella data arriva.
Nel 1984 reale ci furono discussioni pubbliche in tutto il mondo occidentale sul confronto fra la profezia orwelliana e la realtà. La conclusione prevalente fu che il romanzo aveva sbagliato le previsioni: nessuna società occidentale assomigliava all'Oceania.
Quarant'anni dopo quel giudizio appare più incerto. Alcuni elementi del libro — la sorveglianza continua, la riscrittura del passato, il linguaggio ridotto — sono tornati al centro del dibattito pubblico per ragioni che nel 1984 non erano prevedibili.
La neolingua
Fra le invenzioni del romanzo, quella che ha avuto la circolazione più ampia è la neolingua: la lingua ufficiale dell'Oceania, progettata per rendere impossibile pensare pensieri sovversivi eliminando le parole per esprimerli.
Orwell vi dedica un'appendice che molte edizioni collocano dopo il romanzo e che molti lettori saltano. È un errore: quel testo contiene l'argomento centrale del libro, ed è scritto in una prosa saggistica che spiega ciò che la narrazione mostra.
L'idea che il vocabolario disponibile limiti il pensiero possibile è discussa dai linguisti e non è pacificamente accettata. Ma come dispositivo narrativo funziona, e ha lasciato nella lingua comune parole come bispensiero e psicoreato.
Non è un libro sul futuro
C'è un fraintendimento ricorrente che vale la pena chiarire: 1984 non è un romanzo di previsione.
Orwell scriveva nel 1948, in un'Inghilterra ancora razionata dopo la guerra, guardando ai regimi totalitari che aveva visto operare in Europa. Molti dettagli del romanzo — le privazioni materiali, la propaganda, i processi con confessioni estorte — descrivono cose che erano già successe.
Il libro sposta nel futuro elementi del presente per renderli visibili. È il procedimento tipico della distopia, e spiega perché il romanzo non sia invecchiato con l'arrivo della data: non descriveva il 1984, descriveva un meccanismo.
Perché continua a vendere
1984 torna periodicamente nelle classifiche di vendita, di solito in coincidenza con eventi politici che qualcuno interpreta come conferme del libro.
È un fenomeno che si ripete da decenni e che riguarda pochi altri romanzi. Ha una spiegazione semplice: il libro fornisce un vocabolario per parlare del potere, e quel vocabolario è comodo.
Ha anche un rovescio: l'uso del romanzo come argomento polemico ha finito per svuotarlo. Definire orwelliana qualsiasi cosa che non piaccia è diventato talmente comune da non significare più nulla.
Chi cerca altre distopie trova in Il mondo nuovo un contrappunto interessante, costruito su premesse opposte. Il modo migliore per rimediare è probabilmente il più ovvio: rileggerlo. È un libro breve, e contiene molte più cose di quelle che la sua fama ha conservato.
Il finale
Una delle cose che colpiscono di più chi legge il romanzo per la prima volta è come finisce.
Non si può raccontare senza rovinare l'effetto, ma si può dire questo: non c'è riscatto. Il libro non offre al lettore la consolazione che la maggior parte delle distopie concede, cioè la sopravvivenza di qualcosa.
Molti lettori lo trovano insopportabile, ed è probabilmente l'intenzione. Un finale consolatorio avrebbe reso il romanzo più gradevole e meno efficace.
Cosa leggere accanto
Orwell aveva letto e recensito un romanzo russo degli anni Venti che presenta somiglianze strutturali evidenti con il suo, al punto che alcuni parlano di debito diretto.
Sul versante opposto sta la distopia costruita non sulla repressione ma sul piacere: una società in cui nessuno si ribella perché tutti sono soddisfatti. Le due visioni sono state a lungo contrapposte, e la discussione su quale sia più attuale continua.
Leggerle entrambe è probabilmente il modo migliore di capire cosa la distopia possa fare come forma narrativa.
Quanto è difficile
A differenza di altri classici del Novecento, 1984 non pone problemi di lettura.
La prosa di Orwell è deliberatamente semplice: era un giornalista, e aveva scritto un saggio celebre contro il linguaggio astratto e le formule vuote. Applicava al romanzo le stesse regole che predicava.
Il libro è di lunghezza contenuta, si legge in una settimana senza sforzo, e non richiede conoscenze preliminari. È probabilmente uno dei classici più accessibili in assoluto.
Il che rende ancora più singolare il fatto che venga citato molto più di quanto venga letto.
