Libri e romanzi

Natalia Ginzburg ha lavorato in casa editrice e ha rifiutato di essere letta come scrittrice femminile

La prima edizione del 1942 porta un nome che non esiste: lo imposero le leggi razziali del 1938

Tavola apparecchiata in una cucina di casa con sedie di legno

Nel 1942 Einaudi pubblica un romanzo breve intitolato La strada che va in città, firmato Alessandra Tornimparte. Il nome non esiste. L'autrice è Natalia Ginzburg, che quel libro non poteva firmarlo perché le leggi razziali del 1938 le impedivano di pubblicare con il cognome del marito, Leone Ginzburg, ebreo e antifascista, e perché lei stessa era di famiglia ebrea per parte di padre. Lo pseudonimo non fu una scelta letteraria: fu il modo per far uscire un libro che altrimenti sarebbe rimasto in un cassetto. Ginzburg lo ha raccontato più volte, sempre in poche righe. Il nome finto venne scelto quasi a caso.

Come è andata davvero

I fatti sono accertati. Le leggi razziali entrano in vigore nel 1938 e fra le altre cose vietano agli ebrei attività editoriali e pubblicazioni. Natalia Levi, nata a Palermo nel 1916 da padre ebreo e madre cattolica, sposa nel 1938 Leone Ginzburg, che sarà arrestato e morirà nel carcere romano di Regina Coeli nel 1944.

Il romanzo esce nel 1942 nella collana narrativa di Einaudi con lo pseudonimo Alessandra Tornimparte, dal nome del paese abruzzese dove la famiglia si trovava al confino. Il libro passa quasi inosservato. Ginzburg riprende il proprio nome con le pubblicazioni del dopoguerra.

È documentato il suo lungo lavoro presso Einaudi, cominciato negli anni quaranta e proseguito per decenni, come redattrice e lettrice di manoscritti. In quel ruolo ha letto, valutato e curato testi altrui, ha seguito traduzioni, e ha partecipato alle riunioni editoriali che decidevano il catalogo.

Nel 1963 esce Lessico famigliare, che vince il premio Strega. Negli anni successivi pubblica romanzi, saggi, testi teatrali, e interviene con regolarità su giornali e riviste. Fu eletta in Parlamento nel 1983.

Perché lo ha fatto

Sullo pseudonimo Ginzburg non ha mai costruito una vicenda romanzesca: lo ha spiegato come un espediente reso necessario dalle leggi, e ha insistito sul fatto che non ci fosse alcuna intenzione letteraria. È un punto che conviene tenere fermo, perché la storia viene spesso raccontata come se il nome finto fosse stato una maschera scelta.

Diversa è la questione del rifiuto di essere letta come scrittrice femminile, che è invece una posizione argomentata. In scritti e interviste ha respinto la categoria di letteratura femminile come classificazione a parte, sostenendo che si trattasse di un modo per collocare le donne in una sezione separata e più bassa, e che la scrittura non avesse sesso.

La posizione è stata discussa, allora e dopo. Chi la contesta osserva che negare la specificità della condizione femminile significa accettare come neutro un canone costruito da uomini, e che Ginzburg stessa scrisse pagine molto precise sulla vita domestica e sul lavoro delle donne. Chi la sostiene ricorda che la classificazione separata produceva, nella pratica editoriale del tempo, minore considerazione critica.

Le due letture restano aperte, e sono entrambe documentabili con i suoi testi.

Che cosa cambia leggendolo

La sua prosa ha caratteristiche che si riconoscono subito e che vanno contro quasi tutto quello che si insegna a chi scrive. Le frasi sono brevi e coordinate, unite da congiunzioni semplici, senza subordinate complesse. Gli aggettivi decorativi mancano quasi del tutto: gli oggetti vengono nominati e basta.

La ripetizione è voluta e sistematica. La stessa parola torna a distanza di poche righe, dove un manuale suggerirebbe un sinonimo, e la ripetizione produce un effetto di parlato familiare, come di qualcuno che racconta una cosa che ha già raccontato molte volte.

Il libro in cui questo diventa struttura è Lessico famigliare, costruito interamente sulle frasi ricorrenti di una famiglia: modi di dire, insulti affettuosi, espressioni che il padre ripeteva, formule che tornavano a tavola. Il libro non racconta i fatti attraverso le emozioni ma attraverso le parole che in quella casa si usavano, e ogni personaggio è identificato dalle sue frasi. È un esperimento raro e riuscito, e chi lo legge sapendo del suo lavoro in casa editrice riconosce l'orecchio di chi ha passato anni sui testi degli altri.

Il lavoro editoriale si vede anche nella disciplina delle sue pagine, prive di eccedenze, e nella sua diffidenza dichiarata verso la letteratura che si compiace di sé. Chi vuole misurare la distanza fra i suoi due registri può leggere il romanzo del 1942 e poi il libro del 1963.

Che cosa si perde

La scelta della lingua nuda ha un costo. Chi cerca la costruzione ampia, il periodo che si distende, la descrizione, in Ginzburg non li trova, e alcuni lettori percepiscono quella prosa come povera anziché essenziale. È una reazione che ricorre nelle recensioni dell'epoca.

La sua posizione contro la categoria di letteratura femminile ha avuto anch'essa un prezzo. L'ha tenuta fuori da un dibattito, quello degli anni settanta, in cui la sua voce sarebbe stata utile, e alcune sue affermazioni sul rapporto fra donne e scrittura sono state giudicate poi arretrate. Le sostenne comunque, senza attenuarle.

Da dove viene questa storia

La prima edizione del 1942 con lo pseudonimo è conservata nelle biblioteche e documenta il fatto. Gli archivi Einaudi ricostruiscono il suo lavoro redazionale e i pareri di lettura che firmò. Le sue posizioni sulla letteratura e sulle donne si trovano nei volumi di saggi e negli articoli usciti su quotidiani e riviste. Resta incerta la ragione precisa della scelta del nome Tornimparte, che l'autrice ha raccontato in modi non del tutto coincidenti.

Segnala una correzione o rettifica