Libri e romanzi

Il nuovo Mauro Corona di settembre: cosa racconta questa volta

Corona torna in libreria a settembre, e il tema è quello di sempre visto da un'altra parte

Bosco di conifere sulle Dolomiti friulane con la nebbia fra i tronchi

Il nuovo libro di Mauro Corona si intitola Felice, esce per Bompiani nella collana Narratori italiani, conta duecentootto pagine ed è in libreria da metà settembre 2026, con la data di pubblicazione indicata dall'editore al quindici del mese. Felice era il fratello minore dello scrittore: partito diciottenne per la Germania in cerca di una vita diversa da quella di Erto, il paese del Vajont in cui la famiglia viveva, vi fu trovato morto pochi mesi dopo, nel 1968. Cresciuti insieme al terzo fratello Richeto, con una madre che se ne era andata quando erano piccoli e un padre alcolista, i Corona hanno alle spalle un'infanzia che nei libri precedenti compariva a tratti e che qui diventa il centro. Quasi sessant'anni dopo, l'autore immagina di poter incontrare di nuovo quel fratello e gli affida la voce del racconto: è Felice a parlare, a ripercorrere la propria storia e quella della famiglia, e a confrontarsi con Mauro senza indulgenza. Corona lo ha presentato sui propri canali come la storia di un ragazzo strappato alla vita e di suo fratello che sfida il buio per ritrovarlo. C'è anche una notizia editoriale che accompagna l'uscita: dopo anni pubblicati quasi tutti con Mondadori, questo libro segna il passaggio a un altro editore.

Sul romanzo appena arrivato in libreria non si daranno giudizi. Vale la pena dire come scrive Corona, perché è un autore che si ama o si rifiuta quasi sempre per la stessa ragione. Nato a Baselga di Piné nel 1950 e cresciuto a Erto, boscaiolo da ragazzo e poi scultore del legno, ha esordito nella narrativa nel 1997 con Il volo della martora e da allora ha costruito un'opera che ruota attorno a pochi elementi fissi: la montagna, il bosco, gli uomini che ci hanno lavorato, la memoria del Vajont. La lingua è breve, secca, fatta di frasi corte e di parole concrete, con inserti di dialetto ertano che restano quasi sempre comprensibili dal contesto. Non è una scrittura elegante e non prova a esserlo: cerca l'effetto opposto, cioè far sentire il peso delle cose. Quando funziona, una pagina di Corona resta addosso perché non ha aggiunto niente. Quando non funziona, la stessa formula gira a vuoto e diventa maniera, e nei libri più recenti è capitato. La differenza, di solito, la fa il grado di coinvolgimento personale della materia trattata. Qui la materia è la più personale possibile, e la scelta di far parlare il morto è una soluzione narrativa che sposta il libro dal ricordo alla finzione dichiarata.

A chi conviene. A chi legge Corona da anni e ha incontrato più volte, di sfuggita, la figura del fratello scomparso: qui trova il libro in cui quella storia viene raccontata per intero. A chi cerca narrativa di montagna con una componente autobiografica forte, e a chi non teme i libri che parlano di lutto senza attenuazioni. Duecento pagine si leggono in due o tre sere, e la lingua non oppone resistenza. A chi incontra Corona per la prima volta questo può essere un buon punto d'ingresso, perché è un libro autonomo che non richiede nulla di quelli precedenti. Non conviene a chi cerca una lettura leggera o consolatoria: la materia è dura e l'autore non la addolcisce. Non conviene nemmeno a chi cerca il Corona televisivo, quello delle polemiche e delle uscite in diretta, perché è un'altra cosa. Chi si aspetta le pagine di montagna, con le salite e i boschi che occupano interi capitoli, deve sapere che qui il paesaggio è cornice e non protagonista: il centro è una famiglia povera degli anni Sessanta e una partenza per la Germania, che è poi la storia di molte famiglie italiane di quel periodo. E non conviene leggerlo distrattamente: è breve, ma chiede di essere preso in un momento in cui si è disposti a stare su un argomento pesante.

Segnala una correzione o rettifica