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Le cinque frasi più belle di oggi, 4 settembre 2026

Cinque citazioni che separano la solitudine cercata da quella che nessuno ha voluto

Una sedia vuota accanto a una finestra in una stanza in penombra

Le raccolte di citazioni trattano la solitudine come se fosse una cosa sola. La letteratura fa da sempre una distinzione che quelle raccolte non fanno quasi mai: esiste una solitudine scelta, cercata e difesa, ed esiste una solitudine subita, che nessuno ha voluto e da cui non si esce con un atto di volontà. Le cinque frasi raccolte oggi stanno tutte su questo confine, e alcune lo attraversano.

Vengono da testi distanti fra loro per lingua e per secolo: una poesia italiana dell'Ottocento, un romanzo russo, una raccolta di aforismi scritti in un villaggio della Boemia, un carteggio, un romanzo inglese del Novecento. Di ciascuna si dice l'opera, l'anno e chi la pronuncia.

Non sono frasi consolatorie e non vengono presentate come tali. Diverse di queste pagine sono dure, e restano dure anche quando si toglie il contesto: chi cerca una rassicurazione sul valore dello stare da soli ne troverà qui soltanto una parte.

«Tu pensoso in disparte il tutto miri» — Giacomo Leopardi

Il verso viene da Il passero solitario, composto intorno al 1830 e pubblicato nei Canti (1835). Il poeta guarda un uccello appollaiato sulla torre del paese mentre in basso si celebra una festa di primavera, e gli parla come a un simile.

Quello che la frase dice davvero non è che i due si assomigliano, ma il contrario. Nel seguito della poesia Leopardi separa le due condizioni con precisione: il passero sta solo perché così è fatto, e non se ne pentirà, mentre lui sta solo per un movimento che non sa spiegarsi e di cui prevede il rimpianto. È la stessa immagine usata per dire due cose opposte, la solitudine come natura e la solitudine come destino subito. Il verso funziona ancora perché fotografa una postura riconoscibile, quella di chi osserva una festa senza parteciparvi, prima di dire se sia una scelta. Va aggiunto che Leopardi collocò il testo in apertura dei Canti, separandolo dagli altri idilli con cui era stato composto. È una scelta editoriale che rafforza quello che la poesia dice, perché mette il passero, e chi lo guarda, in disparte anche dentro il libro.

«Capite voi che cosa significhi non aver più dove andare?» — Fëdor Dostoevskij

La domanda è di Marmeladov, l'impiegato alcolizzato che Raskol'nikov incontra in una bettola nelle prime pagine di Delitto e castigo (1866). Marmeladov ha perso il posto, ha ridotto la famiglia alla fame e sta parlando a uno sconosciuto perché non ha nessun altro a cui rivolgersi.

La frase non parla di isolamento interiore, e questo la distingue dalla maggior parte delle citazioni sulla solitudine. Parla di una condizione materiale: le porte che si chiudono una dopo l'altra fino a quando non ne resta nessuna. Dostoevskij mette la domanda in bocca a un uomo che il lettore è portato a giudicare, e la posiziona all'inizio del romanzo, prima che accada qualunque cosa. È il tipo di solitudine che non si sceglie e che non si risolve con una decisione, ed è anche quella di cui le raccolte di frasi non si occupano mai. Conta anche la forma. Marmeladov non afferma, domanda, e domanda a qualcuno che non gli ha chiesto niente e lo ascolta per curiosità. La solitudine che descrive comincia esattamente lì, nel dover spiegare a un estraneo una situazione che tutti gli altri conoscono già e nessuno vuole più sentire.

«Non è necessario che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta» — Franz Kafka

È uno degli aforismi che Kafka scrisse fra il 1917 e il 1918 a Zürau, in Boemia, dove si era ritirato dalla sorella dopo la diagnosi di tubercolosi. I quaderni furono pubblicati dopo la sua morte e circolano in italiano in diverse traduzioni.

La frase viene quasi sempre citata come un elogio del ritiro, e non è quello che dice. Nel testo prosegue chiedendo di non ascoltare nemmeno, di non aspettare, di restare immobili e in silenzio, perché il mondo si offrirà comunque. Non è un consiglio di vita, è la descrizione di un metodo di lavoro portato all'estremo, scritto da un uomo che in quel momento non poteva fare altro. Continua a funzionare perché mette in dubbio l'idea che per capire qualcosa bisogni andare a cercarla, e lo fa senza promettere niente in cambio dell'attesa. Conviene ricordare in quali condizioni fu scritto. Kafka aveva trentaquattro anni, aveva avuto la prima emorragia polmonare, si era allontanato dall'ufficio e viveva in campagna dalla sorella Ottla. La solitudine di cui parla non era un programma intellettuale ma la forma che la malattia aveva imposto alla sua giornata.

«L'amore consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si tocchino e si salutino» — Rainer Maria Rilke

La frase è contenuta nelle Lettere a un giovane poeta (1929), la raccolta delle lettere che Rilke scrisse fra il 1903 e il 1908 a Franz Xaver Kappus, un allievo dell'accademia militare che gli aveva chiesto un giudizio sui propri versi.

Kappus lo interrogava sull'amore, e Rilke risponde spostando la questione: non descrive un legame che elimina la solitudine, ma un legame che la riconosce come stabile in ciascuno dei due. È una posizione controcorrente rispetto a tutta la tradizione che presenta l'incontro come rimedio all'isolamento, e regge ancora perché non promette la fine della distanza fra due persone, ma soltanto la possibilità di attraversarla senza pretendere di cancellarla. Le lettere furono pubblicate da Kappus dopo la morte di Rilke, e senza le proprie: se ne legge quindi una metà sola. Il lettore non sa mai con esattezza a quale domanda Rilke stia rispondendo, e questo ha contribuito a far circolare i passaggi più noti come massime autonome, che nell'originale non erano.

«Essere se stessi: un cuneo di tenebra, qualcosa di invisibile agli altri» — Virginia Woolf

Il passaggio è di Mrs Ramsay in Gita al faro (1927). È la sera, i figli sono a letto, la casa si è finalmente zittita, e per la prima volta nella giornata la donna smette di essere la persona di cui tutti hanno bisogno.

Woolf non descrive un momento di riposo. Descrive il punto in cui una persona coincide con sé stessa, e lo definisce con un'immagine scura e non rassicurante: qualcosa di appuntito, di nascosto, che gli altri non possono vedere né usare. Il romanzo lascia intendere che quella condizione sia l'unica in cui Mrs Ramsay esiste per conto proprio, e che tutto il resto della sua giornata sia occupato dalle richieste altrui. La frase resta perché rovescia il senso comune: non è la compagnia a rivelare chi siamo, è la sottrazione. Il romanzo colloca la scena nella prima delle tre parti, quella che occupa una sola giornata e che precede di dieci anni il resto della vicenda. Quel momento di solitudine è quindi l'unico in cui il lettore vede Mrs Ramsay per conto proprio, e tutta la seconda metà del libro lavora sulla sua assenza.

Le cinque frasi non descrivono la stessa esperienza. In Leopardi la solitudine è una postura osservata dall'esterno, in Dostoevskij è una condizione economica e sociale, in Kafka un metodo, in Rilke una premessa del legame, in Woolf lo spazio in cui una persona smette di essere funzionale a qualcuno. La distinzione fra ciò che si sceglie e ciò che si subisce attraversa tutte e cinque, e in nessuna delle cinque viene sciolta.

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