Frasi

Le cinque frasi più belle di oggi, 30 agosto 2026

Cinque frasi sul rapporto fra madri e figli, lontane dalla retorica: madri assenti, madri ridotte a una funzione, madri che sopravvivono ai figli.

Libro aperto su un tavolo di legno accanto a una finestra in penombra

Le frasi del 30 agosto sono cinque e riguardano tutte lo stesso rapporto: quello fra madri e figli. Non nella versione da biglietto d'auguri, che in letteratura quasi non esiste. Le pagine che i romanzieri dell'Ottocento e del primo Novecento hanno dedicato alle madri sono pagine di madri stanche, madri che abbandonano, madri che sopravvivono ai figli, madri ridotte dalla società a una funzione. È lì che il tema diventa interessante, ed è da lì che vengono le cinque citazioni.

Tutti gli autori sono in pubblico dominio, e di ogni frase si dice l'opera, l'anno e chi la pronuncia. Si comincia da una descrizione di poche righe che vale un trattato di sociologia, e si finisce con una madre che spiega perché sta per abbandonare il figlio una seconda volta.

«Poi veniva la Longa, una piccina che badava a tessere, salare le acciughe, e far figliuoli, da buona massaia» — Giovanni Verga

Sta nel primo capitolo de I Malavoglia (1881), ed è il narratore a dirlo mentre elenca i membri della famiglia di padron 'Ntoni secondo l'ordine gerarchico del paese, che l'autore paragona alle dita di una mano. La Longa è Maruzza, moglie di Bastianazzo e madre dei quattro ragazzi intorno a cui ruota il romanzo. Il soprannome è ironico, perché è bassa di statura.

Quello che la frase dice davvero non è affettuoso e non vuole esserlo. In tre gerundi la donna viene definita per intero attraverso le sue funzioni produttive: il telaio, le acciughe, i figli. Non c'è un aggettivo che riguardi il carattere, e la formula finale, da buona massaia, non è un elogio dell'autore ma la voce del paese che approva. È il procedimento su cui Verga costruisce tutto il libro: il narratore parla con le parole della comunità, e la comunità considera normale che una madre sia la somma di quello che produce. Il romanzo lo conferma più avanti, quando la Longa muore di colera e il paese la ricorda per l'ordine che teneva in casa.

«Non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro» — Alessandro Manzoni

Capitolo XXXIV de I promessi sposi (1840). Milano è nella peste, i monatti raccolgono i cadaveri per le strade, e Renzo assiste alla scena. Una donna esce di casa tenendo in braccio la figlia morta, che il romanzo chiama Cecilia, vestita a festa e pettinata come per un giorno importante. Un monatto le si avvicina per prenderla; la madre si tira indietro e pronuncia queste parole.

La frase non contiene dolore dichiarato, e in questo sta la sua forza. Contiene un ordine e una condizione. In un momento in cui la peste ha cancellato ogni forma di rito, quella donna ne impone uno: nessuno tocca sua figlia, il gesto lo compie lei. Manzoni aveva trovato l'episodio nel De pestilentia del cardinale Federigo Borromeo e vi ha aggiunto il nome della bambina. Quello che rende la scena diversa da tutte le altre pagine sulla peste è che la madre non chiede pietà, non si dispera e non prega: negozia, paga, detta le condizioni. Il monatto, che nel romanzo è la figura più degradata di tutte, obbedisce senza discutere, e questo cambio di rapporto fra i due è l'unica cosa che accade davvero nella scena.

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» — Lev Tolstoj

È l'incipit di Anna Karenina (1877), e insieme la frase più citata del romanzo, al punto che quasi nessuno la legge più per quello che afferma. Vale la pena farlo, perché afferma una cosa discutibile. Sostiene che la felicità domestica sia uniforme e il fallimento sia originale, cioè che esista una sola ricetta per stare bene in famiglia e infinite maniere di sbagliare.

Il romanzo che segue smentisce in parte la sua stessa apertura. Le famiglie felici che racconta, quella di Levin e Kitty, sono descritte con una quantità di dettagli particolari che nessuna uniformità giustifica. E la parte più originale del libro non riguarda l'adulterio ma la maternità: Anna che perde il figlio Serëža, il marito che gli dice che la madre è morta, la visita clandestina il giorno del compleanno del bambino. È in quelle pagine che l'infelicità diventa davvero personale, e la frase d'apertura si rivela una premessa che l'autore usa per poi contraddirla.

«Questo, o madri, è il destino che vi è assegnato sulla terra» — Fëdor Dostoevskij

Libro secondo de I fratelli Karamazov (1879-1880), nel capitolo dedicato alle donne del popolo che aspettano lo starec fuori dal monastero. A parlare è Zosima, il monaco anziano, e si rivolge a Nastas'juška, una contadina che ha camminato a lungo per raggiungerlo dopo la morte del figlio di pochi anni. La citazione è nella traduzione italiana di Agostino Villa.

Nel contesto la frase non è una consolazione, ed è questo il punto. Zosima non le dice che passerà, e anzi le dice esplicitamente di non consolarsi e di continuare a piangere. Sta facendo una cosa diversa dal consolare: sta riconoscendo il dolore come una condizione permanente e legittima invece di chiederle di superarla. Dostoevskij scriveva queste pagine dopo la morte del figlio Alëša, di tre anni, avvenuta nel 1878, e il nome del bambino è quello che ha dato al più giovane dei fratelli Karamazov.

«Lo abbandonerò una seconda volta, ora che non vorrei lasciarlo più» — Grazia Deledda

Da Cenere (1904), il romanzo che Deledda pubblicò prima in rivista e poi in volume, e da cui nel 1917 fu tratto l'unico film interpretato da Eleonora Duse. A parlare è Olì, che da ragazza ha avuto un figlio fuori dal matrimonio, è stata cacciata di casa dal padre e ha lasciato il bambino davanti alla porta della famiglia paterna. Anania, quel figlio, la ritrova da adulto e la accoglie. La frase è pronunciata nelle ultime pagine.

La logica che contiene è quella che rende il romanzo diverso da qualunque racconto di redenzione. Olì non se ne va perché non ama il figlio, ma proprio perché ora lo ama: il secondo abbandono è concepito come pagamento del primo. È una contabilità morale spietata, in cui l'affetto ritrovato non cancella la colpa ma la rende esigibile. Deledda, che nel 1926 avrebbe ricevuto il Nobel, costruisce qui l'immagine da cui il libro prende il titolo. La cenere non è quello che resta dopo una catastrofe: è quello che resta di un affetto quando arriva troppo tardi per servire a qualcosa.

Le cinque frasi hanno in comune una cosa: nessuna descrive una madre attraverso i sentimenti che prova. La Longa è definita dal lavoro, la madre di Cecilia da un gesto, Anna Karenina da una perdita, la contadina di Dostoevskij da un pianto che nessuno le chiede di smettere, Olì da un conto da saldare. La letteratura dell'Ottocento e del primo Novecento ha guardato le madri da fuori, e proprio per questo ne ha dette cose che il discorso affettuoso non arriva a dire.

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