Frasi

Le cinque frasi più belle di oggi, 1 settembre 2026

Cinque frasi sui nuovi inizi, tenendo l'ambivalenza che la letteratura ci ha sempre messo dentro.

Quaderno nuovo aperto alla prima pagina bianca su una scrivania

Le frasi del 1 settembre sono cinque e riguardano i ricominciamenti. Settembre in Italia funziona da capodanno più di gennaio: riaprono le scuole, ripartono gli uffici, si riprende quello che si era interrotto in luglio. Le pagine che la letteratura ha dedicato al ricominciare, però, non somigliano quasi mai a un incoraggiamento. Sono quasi tutte ambivalenti, perché chi ricomincia porta con sé quello da cui viene, e i cinque autori scelti oggi lo dicono ciascuno a modo suo.

Tutte le citazioni provengono da autori in pubblico dominio e di ciascuna si indicano opera e anno. Si parte da una barca che prende il largo dopo un viaggio negli inferi e si arriva a un uomo che torna al paese dove è nato senza sapere bene perché.

«Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno» — Dante Alighieri

Sono i primi versi del Purgatorio, cioè della seconda cantica della Commedia, composta nei primi decenni del Trecento e conclusa poco prima della morte dell'autore nel 1321. La voce è quella di Dante personaggio e insieme di Dante autore: ha appena finito di attraversare l'Inferno e annuncia che la materia cambia.

L'immagine è quella di una barca piccola che lascia un mare cattivo per uno migliore, e il verso successivo dice esplicitamente che si lascia dietro un mare tanto crudele. Quello che rende l'apertura diversa da un semplice cambio di argomento è che il ricominciare qui non cancella niente: la navicella è la stessa, chi la guida è lo stesso, e porta con sé tutto quello che ha visto prima. Nella tradizione dei proemi questa è una delle poche partenze che non promettono un uomo nuovo ma soltanto acque diverse. Il verbo omai, cioè ormai, dice che il momento era atteso e che si è fatto tardi: non è una partenza scelta, è una partenza dovuta.

«Passata è la tempesta: odo augelli far festa» — Giacomo Leopardi

Da La quiete dopo la tempesta, canto composto nel 1829 e pubblicato nei Canti. Il temporale è finito, il paese torna in strada, l'artigiano riapre bottega cantando, la gallina ripete il suo verso, il sole entra fra le nubi. È una scena di ripresa collettiva descritta con dettagli molto concreti.

La prima parte del componimento sembra un elogio della vita che riprende. La seconda ne dà la ragione, ed è tutt'altro: il piacere che si prova è solo la fine di un dolore, e la natura concede la gioia soltanto come interruzione della sofferenza. Leopardi arriva a chiamare la natura cortese proprio mentre spiega che questo è l'unico dono che fa. È il testo da tenere presente quando si parla di ripartenze: la sensazione di sollievo che accompagna un nuovo inizio dice qualcosa su quello che è appena finito, più che su quello che comincia. Vale la pena notare che tutta la parte descrittiva è al presente e tutta la parte argomentativa è impersonale: Leopardi separa nettamente quello che si vede da quello che se ne deduce.

«Ma qui comincia una nuova storia» — Fëdor Dostoevskij

Sono le ultime righe di Delitto e castigo (1866). Raskol'nikov è in Siberia da un anno e mezzo, ha confessato l'omicidio, ha scontato una parte della pena, e Sonja lo raggiunge. Il narratore chiude il romanzo dicendo che qui finisce una storia e ne comincia un'altra, quella del rinnovamento graduale di un uomo, e che quella storia non verrà raccontata.

È una delle chiusure più discusse della narrativa dell'Ottocento proprio perché rifiuta di mostrare quello che ha appena annunciato. Il cambiamento del protagonista viene affermato e non descritto, e il lettore deve accettarlo sulla parola. Letto oggi, il finale dice una cosa scomoda sui nuovi inizi: il momento in cui si decide di cambiare è narrabile, il cambiamento vero e proprio è lento, ripetitivo e non fa una storia. Dostoevskij lo dichiara e chiude il libro. Le ultime righe promettono anche un altro racconto, che l'autore non scrisse mai, e la promessa resta l'unica prova di quel cambiamento.

«Forse perché della fatal quïete tu sei l'immago a me sì cara vieni, o Sera» — Ugo Foscolo

È l'apertura del sonetto Alla sera, composto intorno al 1802 e pubblicato nelle Poesie del 1803. Foscolo aveva poco più di vent'anni, aveva già vissuto l'esilio da Zante e la delusione politica dopo il trattato di Campoformio, e scrive un sonetto in cui si rivolge alla sera come a una persona.

La frase spiega perché la sera gli sia cara, e la ragione non è il riposo: la sera gli piace perché somiglia alla morte. Il sonetto prosegue dicendo che in quelle ore i pensieri che tormentano si placano e il tempo che passa smette di far paura. È un testo che sta esattamente al confine fra due giorni e che sceglie di guardare indietro invece che avanti. Chi lo legge il primo giorno di un mese trova un'idea poco frequentata: che la parte utile di una fine sia proprio la sospensione che porta con sé, prima che ricominci qualunque cosa.

«C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba» — Cesare Pavese

È l'inizio de La luna e i falò (1950), l'ultimo romanzo di Pavese, uscito pochi mesi prima della sua morte. Chi parla è Anguilla, un uomo cresciuto come trovatello nelle Langhe, emigrato in America e tornato nel paese dell'infanzia dopo la guerra. Il libro è tutto costruito sul confronto fra quello che ricorda e quello che trova.

La frase annuncia una ragione e non la dice, e il romanzo intero è il tentativo di formularla. Anguilla non torna per nostalgia e nemmeno per rivendicare qualcosa: torna per verificare se il posto da cui viene esiste ancora nella forma in cui lo ha lasciato. La risposta che il libro dà è complicata, perché il paese c'è ma è cambiato, e le persone che dovevano essere lì non ci sono più. È il testo che spiega meglio perché ricominciare e tornare siano spesso lo stesso movimento, e perché nessuno dei due garantisca di ritrovare quello che si cerca.

Nessuna delle cinque frasi promette che ricominciare serva. La barca di Dante porta con sé quello che ha visto, il sollievo di Leopardi è solo la fine di un dolore, il rinnovamento di Raskol'nikov viene annunciato e non mostrato, la sera di Foscolo è cara perché somiglia a una fine, il ritorno di Anguilla trova un paese diverso da quello che cercava. È l'ambivalenza che tiene insieme la letteratura sui nuovi inizi, e che la distingue dalla retorica di settembre.

Segnala una correzione o rettifica