Molloy striscia lungo le strade di una città non identificata, racconta a voce mentre il suo corpo si disgrega, ripete il medesimo movimento mentale più volte. Non impara nulla dalle sue peregrinazioni, non si redime, non conquista consapevolezza. Al termine di questo monologo-romanzo pubblicato nel 1951, Samuel Beckett non ci consegna un uomo trasformato, bensì un corpo che si dissolve nella languida indifferenza. Eppure «Molloy» resta uno dei romanzi più affascinanti della letteratura europea, capace di affascinare generazioni di lettori proprio perché tradisce deliberatamente le aspettative di chi cerca un arco narrativo classico.

Quando il personaggio rifiuta di evolversi

La teoria dell'arco di trasformazione nasce dalla pratica dramaturgica classica: il protagonista affronta ostacoli, cambia visione del mondo, emerge dalla prova come persona diversa. È lo schema di «Don Chisciotte» di Cervantes e di «Grande Speranze» di Dickens, la struttura che domina cinema e serialità televisiva contemporanea. Ma cosa accade quando un autore consapevolmente rifiuta questo motore narrativo? Non significa che la storia sia priva di movimento: significa che il movimento avviene altrove, non nell'interiorità del personaggio.

In «Molloy» il viaggio non produce illuminazione, la sofferenza non insegna lezioni, l'incontro con altri corpi non modifica la struttura mentale del protagonista. Beckett costruisce un romanzo dove la stasi psicologica diviene paradossalmente il contenuto più ricco. Non vi è trasformazione del personaggio, ma trasformazione della forma narrativa stessa: la lingua si corrompe, la logica del racconto si pietrifica, il lettore sente il peso di una immobilità che non è pigrizia bensì fedeltà alla realtà umana così come Beckett l'intendeva. In questo modo il rifiuto dell'arco classico diviene un gesto estetico di grande forza.

Lo stile che sostituisce lo sviluppo

Se l'arco di trasformazione viene abolito, con cosa si sostituisce? La risposta varia. Alain Robbe-Grillet, nei suoi «Romanzi» degli anni Cinquanta, sostituisce lo sviluppo psicologico con la descrizione meticolosa degli oggetti e degli spazi. «La Gelosia» non racconta il cambiamento emotivo di un marito preso dal dubbio, ma accumula dettagli sul giardino, sulla disposizione delle porte, sulla struttura della casa fino a creare un senso di ossessione che travalica la psicologia convenzionale. Il lettore non segue l'evoluzione di un carattere, ma l'evoluzione della percezione stessa, della forma dello sguardo.

Per altri autori, il rifiuto dell'arco narrativo classico diviene occasione per scandagliare il presente in profondità anziché muoversi in linea retta verso una risoluzione. I monologhi interiori di James Joyce in «Ulisse» non producono consapevolezza finale, ma frammentazione, moltiplicazione di voci e percezioni. Il genio di Joyce non sta nel far cambiare Leopold Bloom, ma nel farci comprendere che il cambio è un'illusione narrativa, che la realtà è simultaneità e non successione.

Una stagione letteraria che rifiuta il progresso

Questo fenomeno non è accidentale. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, la letteratura europea attraversa una crisi profonda della fiducia nel narrare lineare. Dopo la Seconda guerra mondiale, dopo Auschwitz, l'idea che il protagonista possa progredire moralmente o psicologicamente appare a molti scrittori non realistica ma consolatoria, una menzogna rassicurante. La nouvelle vague francese, il teatro dell'assurdo di Beckett e Ionesco, la prosa sperimentale di autori come Thomas Bernhard in Austria, condividono una sfiducia verso la narrazione teleologica. Non è nihilismo: è honestà. Se il mondo non offre progressione, perché fingere che i personaggi evolvano?

Al contempo, questa scelta apre possibilità stilistiche nuove. Senza l'obbligo di costruire un percorso verso il cambiamento, lo scrittore può dedicarsi a quello che il critico letterario russo Viktor Šklovskij chiamava «straniamento»: la deformazione consapevole di linguaggio e forma, il rifiuto della trasparenza narrativa. Il lettore non è più passivamente trascinato dalla tensione verso il finale, ma attivamente coinvolto nella costruzione del significato.

Un pregiudizio della critica contemporanea

Curiosità sorprendente: gran parte delle scuole di scrittura contemporanee, dai manuali di creative writing americani agli insegnamenti nelle università italiane, presentano l'arco di trasformazione non come uno strumento narrativo tra molti, ma come un requisito quasi biologico della fiction. Chi insegna sceneggiatura o writing attacca i suoi insegnamenti a questo schema come fosse legge naturale. Eppure interi continenti di letteratura grande, dai romanzi giapponesi del XVIII secolo a certi capolavori del modernismo, ignorano tranquillamente questo principio. La realtà è che l'arco di trasformazione è uno strumento efficace per il racconto avventuroso, il thriller psicologico, il romanzo di formazione; ma non è la sola via per narrare.

Autori come Clarice Lispector rinunciano al progresso del personaggio per esplorare stati di coscienza puri. Italo Calvino gioca con la forma narrativa fino a renderla labirintica, dove l'arco non esiste perché gli itinerari sono molteplici. Ognuno di questi scrittori sa esattamente cosa sta facendo quando sceglie di non trasformare il suo protagonista: sta compiendo una scelta consapevole, non uno sbaglio.

Cosa rimane quando il cambiamento viene negato

Chiudere una pagina di «Molloy» senza che Molloy sia mutato produce un effetto particolare nel lettore. Non è insoddisfazione, non è il senso di incompletezza che proviamo davanti a una storia male conclusa. È piuttosto uno straniamento, una consapevolezza improvvisa che il suo essere stagnante, il suo rifiuto di imparare, la sua lenta dissoluzione sono ciò che lo rende reale. Noi sappiamo che le persone cambiano lentamente, se cambiano. Sappiamo che la sofferenza non sempre insegna. Sappiamo che molti uomini e donne attraversano interi decenni senza acquisire una consapevolezza risolutiva. Beckett non ci consola mentendo. Ci mostra una verità che il cinema e il romanzo di consumo, con le loro storie di riscatto e trasformazione, tendono a coprire.

A chi consigliare questi romanzi senza arco di trasformazione. A chi ha letto molti libri e inizia a sospettare che lo schema ricorrente sia più una convenzione che una legge. A chi vuole comprendere come la letteratura moderna ha riscritto il contratto narrativo con i suoi lettori. E soprattutto a chi sa che il valore di un testo non dipende da quanto il protagonista migliora, ma da quanto profondamente lo scrittore riesce a far sentire il peso della realtà umana, nella sua complessità irrisolvibile e nella sua bellezza muta.