Il 22 luglio 1975, appena finito l'esame di maturità al liceo Berchet di Milano, gli studenti della III A si accordano su una cosa che sul momento sembra solo una battuta: ogni anno, quella stessa data, si ritroveranno a cena. E poiché scherzare sul futuro è facile quando si hanno diciannove anni, aggiungono una riffa. Ognuno verserà una quota, il montepremi crescerà nei decenni, e alla fine se lo divideranno i tre che saranno rimasti in vita più a lungo.
Da questa premessa parte «I convitati di pietra» di Michele Mari, pubblicato da Einaudi nel 2025 e vincitore del Premio Strega 2026 dopo essersi aggiudicato in maggio anche lo Strega Giovani. Per Mari, autore di lungo corso con oltre venti libri alle spalle, era la prima candidatura al premio.
Cosa succede quando la scommessa comincia a valere
Nei primi anni la cena è quello che sono tutte le cene di classe: un rito un po' nostalgico, dove ci si aggiorna sui matrimoni e sui figli. Poi il tempo fa il suo lavoro. Il montepremi cresce, i partecipanti invecchiano, e quello che era un gioco diventa un meccanismo con delle regole a cui nessuno si sottrae.
Superata la soglia dei settant'anni, la ventina di sopravvissuti smette di dirsi la verità sulla propria salute. Si nascondono le diagnosi, si esagerano le condizioni degli altri, si costruiscono alleanze per mettere in difficoltà i concorrenti più robusti. Qualcuno propone di devolvere tutto in beneficenza — proposta che, come è prevedibile, viene lasciata cadere. Il romanzo accompagna i personaggi fino a un futuro che va oltre il 2050, seguendo matrimoni finiti, carriere mancate e rancori che non si sono mai spenti.
Da dove viene quel titolo
L'espressione "convitato di pietra" nasce nel teatro spagnolo del Seicento, dall'opera di Tirso de Molina che dà origine al mito di Don Giovanni. Il convitato è la statua del Commendatore, ucciso dal libertino, che si presenta a cena portando con sé il conto di tutto quello che è stato fatto. Da lì la figura passa a Molière e poi a Mozart, e diventa una delle immagini più riconoscibili della letteratura europea.
Mari la usa in senso ampio: i convitati di pietra sono gli assenti, quelli che il tavolo lo hanno lasciato, ma che continuano a sedersi accanto a chi resta. Ogni anno le sedie vuote aumentano, e la cena diventa sempre di più una contabilità.
Non è un romanzo facile
Va detto chiaramente, perché è il punto su cui la critica si è divisa: «I convitati di pietra» chiede fatica. Mari ha rinunciato alla divisione in capitoli, e il testo procede senza le pause che di solito permettono di riprendere fiato. La prosa è densa, piena di digressioni ed elenchi — la vocazione tassonomica è una costante di questo autore — e diversi recensori hanno segnalato momenti in cui il libro risulta prolisso.
Chi cerca un romanzo da divorare sotto l'ombrellone farà bene a saperlo prima. Chi invece è disposto a leggerlo con calma trova una lingua che pochi in Italia sanno maneggiare così, e un'idea narrativa che regge dall'inizio alla fine senza cedimenti.
Cosa racconta davvero
Sotto il congegno della scommessa, il libro parla di due cose. La prima è l'amicizia, e in particolare quella che nasce a scuola: un legame che si crede eterno perché si è formato quando il tempo sembrava infinito, e che alla prova dei decenni si scopre fatto di rivalità mai risolte. La seconda è la vecchiaia, guardata senza consolazione ma anche senza compiacimento: non un tema da romanzo di formazione al contrario, ma una condizione osservata da vicino.
È stato accostato ai film sulle rimpatriate scolastiche e alle storie in cui i personaggi vengono eliminati uno per uno. Entrambi i riferimenti dicono qualcosa di vero, ma restano in superficie. Il romanzo funziona perché la scommessa non è una trovata: è il modo che Mari ha trovato per costringere i suoi personaggi — e chi legge — a fare i conti con quanto tempo resta.
A chi si consiglia
A chi ha già letto Mari, ovviamente: qui ritrova tutte le sue ossessioni riconoscibili, riordinate attorno a una struttura più solida del solito. A chi non lo ha mai letto, questo può essere un buon ingresso, purché si accetti che il piacere non sta nella velocità. E a chi ha una certa età: il libro colpisce diversamente a cinquant'anni che a venticinque, e non è detto che a venticinque colpisca meno.
Chi cerca una lettura leggera per agosto guardi altrove. Chi vuole invece un libro che resti addosso dopo l'ultima pagina, ha trovato quello giusto.
