La coscienza di Zeno di Italo Svevo: perché il narratore mente per tutto il libro
Zeno racconta la sua vita a un medico, e quasi niente di quello che dice è vero

Un commerciante triestino di mezza età va da uno psicoanalista per smettere di fumare. Il medico gli chiede di scrivere la propria vita come esercizio preliminare, lui la scrive, e poi interrompe la cura. Il dottore, per vendicarsi, pubblica quelle pagine. La coscienza di Zeno di Italo Svevo comincia così, con una breve prefazione firmata dal medico che avverte il lettore di non fidarsi di quello che sta per leggere. Il libro uscì nel 1923 per l'editore Cappelli di Bologna, a spese dell'autore, e nelle edizioni correnti si aggira sulle quattrocentocinquanta pagine. Zeno Cosini racconta il tentativo continuo e sempre fallito di smettere di fumare, la morte del padre con cui aveva un rapporto complicato, il modo in cui si è sposato, un'amante mantenuta per anni, una società commerciale gestita insieme a un rivale. La cosa che rende il libro diverso da qualunque altra autobiografia è che Zeno scrive per convincere: sceglie che cosa mettere, giustifica, attenua, dispone gli episodi in modo che le sue scelte peggiori appaiano ragionevoli. Non mente in modo grossolano. Mente nel modo in cui mentono tutti quando raccontano la propria vita a qualcuno che deve giudicarla. Il libro passò quasi inosservato per anni e fu rilanciato dall'attenzione di alcuni lettori francesi, tra cui James Joyce, che di Svevo era stato insegnante d'inglese a Trieste.
Il libro è comico, e questo sorprende chi lo ricorda come una lettura scolastica. Zeno è un uomo che si prende sul serio mentre fa cose ridicole, e Svevo lo lascia raccontare senza mai intervenire a correggerlo: il lettore capisce da solo, dai dettagli che Zeno lascia cadere senza accorgersene, come sono andate davvero le cose. È un meccanismo che funziona per quattrocento pagine e non si consuma. La struttura aiuta: ogni capitolo è un tema e non un periodo, quindi il tempo salta avanti e indietro secondo quello che Zeno sta cercando di spiegare, e questo produce un effetto di disordine che è esattamente il disordine di una memoria che si difende. Vedere la mia infanzia? Più di dieci lustri me ne separano, scrive all'inizio, e la frase dice già che quello che segue è ricostruzione, non testimonianza. La prosa ha una caratteristica che va segnalata perché è stata a lungo un motivo di stroncatura: non è elegante, ha impurità, sa di italiano imparato da chi in casa parlava dialetto. Chi cerca una lingua levigata la troverà scomoda. Ma quella prosa un po' storta appartiene a Zeno e sarebbe un errore correggerla. Va aggiunto che il libro non chiede nessuna conoscenza preliminare di psicoanalisi. La cura è la cornice e non l'argomento, e Svevo la tratta con un scetticismo evidente: il dottore che appare nella prefazione è un personaggio interessato e non un'autorità, e il romanzo lo lascia capire senza mai dirlo.
Conviene a chi legge da adulto, e questa è la cosa più utile da dire su questo libro. A scuola si affronta troppo presto: a diciassette anni le pagine sul matrimonio, sul rapporto con il padre, sull'incapacità di scegliere sono nozioni, mentre a quaranta sono esperienze. Chi lo ha lasciato a metà da studente ha ottime probabilità di trovarlo un altro libro. Conviene anche a chi ama la commedia scritta bene e a chi si diverte a smontare quello che un narratore dice per capire che cosa sta nascondendo, che è un gioco che questo libro permette a ogni pagina. Non conviene a chi cerca una trama: non c'è, ci sono episodi legati da un uomo che li racconta. Non conviene nemmeno a chi non sopporta i protagonisti indecisi, perché Zeno passa quattrocento pagine a non concludere niente ed è la sua natura, non un difetto della scrittura. Serve pazienza nei primi due capitoli e poi il libro si apre. In cambio dà un personaggio che si continua a riconoscere per anni, spesso nelle persone che si hanno intorno. E qualche volta, meno comodamente, in sé stessi.