Kafka aveva chiesto di bruciare tutto: chi ha disobbedito e perché
Due biglietti trovati nella scrivania di Praga chiedevano la distruzione di tutto: l'esecutore testamentario fece il contrario

Su un foglio piegato nella scrivania di casa, Franz Kafka lasciò scritto all'amico Max Brod che tutto quello che restava di suo, romanzi, diari, lettere, quaderni, doveva essere bruciato senza essere letto. Il biglietto era chiaro, e un secondo foglio ripeteva la richiesta con parole ancora più nette. Brod lo lesse, lo conservò, e fece esattamente il contrario. Nei tre decenni successivi mandò in stampa i romanzi rimasti a metà, i racconti chiusi nei quaderni, i diari, le lettere alle donne che Kafka aveva amato. La vicenda dei manoscritti di Kafka che dovevano finire bruciati è la storia di un rogo mai acceso. Da quel rogo mancato viene quasi tutto quello che oggi si legge sotto quel nome.
Come è andata davvero
Kafka muore il 3 giugno 1924 in un sanatorio vicino a Vienna, a quarant'anni, di tubercolosi laringea. Brod trova nella scrivania di Praga due fogli non datati, entrambi indirizzati a lui. Nel primo si chiede che tutto ciò che si trova fra le carte, diari compresi, venga bruciato senza essere letto. Nel secondo l'ordine si allarga a quanto è stato scritto e non ancora pubblicato, con una sola eccezione: sei titoli già stampati, fra cui La metamorfosi e Nella colonia penale, che l'autore dichiara di poter lasciare in piedi.
È documentato che Kafka in vita aveva pubblicato pochissimo, qualche racconto e alcune raccolte sottili, e che i tre romanzi erano rimasti nei quaderni. È documentato anche che una parte delle carte era già andata perduta: Dora Diamant, che gli era stata vicino negli ultimi mesi, raccontò di aver bruciato dei quaderni davanti a lui, su sua richiesta, mentre era ancora vivo. Altro materiale sparì a Praga durante l'occupazione tedesca.
Brod porta le carte con sé quando lascia la Cecoslovacchia nel 1939, con l'ultimo treno utile. Muore nel 1962 lasciando l'archivio alla propria segretaria, e da lì comincia una catena di eredità e di cause che si chiude solo nel 2016, quando la Corte suprema israeliana stabilisce che le carte devono andare alla Biblioteca nazionale di Israele. Novant'anni dopo la morte dell'autore, la questione di chi possieda quei fogli era ancora aperta in tribunale.
Perché lo ha fatto
Sulle ragioni di Kafka esistono le sue lettere, che dicono meno di quanto si vorrebbe. Nei diari e nella corrispondenza il giudizio su ciò che scriveva è quasi sempre negativo, e non con la civetteria dell'autore che si schermisce: pagine intere sono definite senza valore, da distruggere, buone al massimo per lui stesso. Chi sostiene la lettura più semplice si appoggia a questo. Un uomo che considerava fallito quasi tutto quello che aveva scritto chiese che non fosse mostrato a nessuno.
L'argomento di Brod è diverso, e lo ha esposto per iscritto già nell'epilogo alla prima edizione del Processo nel 1925, poi nella biografia del 1937. Sostiene di aver detto a Kafka, anni prima e in modo esplicito, che non avrebbe mai bruciato niente. Kafka lo sapeva, e non cambiò esecutore. Se avesse voluto davvero la distruzione, secondo Brod, avrebbe affidato le carte a qualcun altro, oppure le avrebbe bruciate lui, come aveva già fatto con altri quaderni.
Contro questa lettura si osserva che una volontà testamentaria non si interpreta, si esegue, e che l'argomento del destinatario compiacente è comodo per chi ne ricava un archivio. Le due posizioni si tengono entrambe in piedi. Nessuna delle due si può chiudere con un documento.
Che cosa cambia leggendolo
La conseguenza pratica riguarda la pagina, e non è piccola. I tre romanzi arrivano al lettore attraverso il lavoro di Brod, che ha ordinato capitoli sciolti, scelto dove interrompere, aggiunto titoli. Il titolo Il castello è suo, come lo è America, che nei quaderni si chiamava altrimenti. Nel Processo i capitoli erano in fascicoli separati, senza un ordine stabilito dall'autore, e la successione che si legge da un secolo è una proposta editoriale presentata a lungo come il testo.
Questo spiega qualcosa che i lettori attribuiscono di solito allo stile. La sensazione che le vicende girino su sé stesse, che si arrivi vicino a una spiegazione e la spiegazione slitti, che il finale sia insieme necessario e arbitrario, nasce in parte dalla materia stessa, cioè da capitoli scritti in tempi diversi e mai saldati. Un romanzo che si interrompe a metà di una frase, come accade al Castello, produce un effetto che nessuna costruzione voluta potrebbe imitare.
Dagli anni ottanta esistono edizioni critiche condotte sui manoscritti, che restituiscono le cancellature, i frammenti, i capitoli lasciati fuori, e che rinunciano a comporre un libro compiuto. Chi vuole vedere la differenza può confrontare una qualsiasi edizione corrente del Processo con l'edizione critica: cambia l'ordine, cambia il punto in cui il testo si ferma, cambia il peso dei frammenti. Leggere Kafka significa sempre leggere anche qualcuno che ha messo in fila delle carte.
Che cosa si perde
Il costo è duplice e nessuno dei due lati si lascia ridurre. Da una parte c'è un uomo che ha chiesto una cosa precisa e non l'ha ottenuta, e l'idea che la grandezza dell'opera giustifichi da sola la disobbedienza è un principio che, applicato altrove, non piacerebbe a nessuno. Le lettere a Felice Bauer e a Milena Jesenská sono state pubblicate integralmente: erano lettere private, scritte per una persona sola.
Dall'altra parte c'è il lettore, che riceve come opere finite dei cantieri. La forma del libro, con la copertina, il titolo, il numero di capitoli, promette una compiutezza che il materiale non ha, e per decenni la critica ha costruito interpretazioni su un ordine che era una scelta di Brod. Sapere questo non rende i testi meno forti. Rende meno solide molte cose che sono state dette su di loro.
Da dove viene questa storia
I due biglietti sono stati riprodotti da Brod nell'epilogo alla prima edizione del Processo e nella biografia che pubblicò nel 1937, che resta la fonte principale e insieme la più interessata. I diari e le lettere, oggi disponibili in edizione integrale, permettono di verificare il giudizio che Kafka dava di sé. L'edizione critica tedesca condotta sui manoscritti a partire dagli anni ottanta documenta lo stato reale delle carte. Resta incerto quanto sia stato distrutto prima e dopo la morte, e quale fosse davvero la volontà dell'autore negli ultimi mesi.