Josef K. si alza dal letto una mattina ordinaria e trova due uomini nel suo appartamento. Non gli dicono il motivo dell'arresto. Non gli mostrano un mandato. Cominciano a frugare tra le sue cose. È questo il primo capitolo di «Il processo», il romanzo che Kafka scrisse negli anni Dieci del Novecento e che rimase incompiuto alla sua morte. Da quel momento, per tutte le circa trecento pagine della storia, K. cercherà disperatamente di capire di cosa sia accusato. L'accusa non arriverà mai. Non come una dichiarazione chiara, non come una carta legale, non come una spiegazione razionale. Rimane una presenza assente, un buco nero attorno a cui tutto il romanzo gira senza fine.

La macchina burocratica che ingoia gli uomini

Kafka non scrive un giallo. Non descrive il tribunale come un luogo dove la verità si rivela gradualmente, dove il lettore scopre insieme al protagonista quale sia il delitto. Fa qualcosa di molto più inquietante: cancella completamente l'idea che esista una verità da scoprire. Il tribunale, nel romanzo, non è un edificio vero. K. riceve citazioni da uffici situati a indirizzi strani, in palazzine ai margini della città. Incontra avvocati che gli dicono cose diverse. Incontra uomini che lavorano dentro il sistema e che sembrano perfino compassionevoli, ma che non sanno nulla. O fingono di non sapere.

Quello che Kafka crea è un'immagine della burocrazia come macchina autoreferenziale, che funziona secondo regole che nessuno comprende perché nessuno le ha mai scritte. È un parallelo potente con il sistema austriaco-ungherese in cui Kafka viveva, ma è anche qualcosa di universale e ancora atroce nel nostro tempo. Un uomo può trovarsi intrappolato in un processo, sottoposto a leggi che non conosce, giudicato da tribunali che non lo sentono, condannato per ragioni che gli rimangono oscure. Questo è possibile. Questo è sempre stato possibile. Questo continua a essere possibile.

Il silenzio del colpevole e dell'innocente

Un elemento cruciale della strategia narrativa di Kafka è che K. stesso non sa se sia colpevole o innocente, perché l'accusa non esiste. Non può dichiararsi innocente di un crimine di cui ignora l'esistenza. Non può confessare perché non sa cosa confessare. Rimane sospeso in uno stato di incertezza permanente. Questo stato distrugge psicologicamente il personaggio. K. da commerciante ordinario, un uomo che ha una professione e una vita sociale, diventa progressivamente ossessionato dal processo. Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni suo rapporto con gli altri è contamato dalla consapevolezza di essere sotto accusa.

È come se Kafka avesse intuito una verità profonda sulla colpa moderna: non è necessaria un'accusa esplicita. È sufficiente la sospensione, l'incertezza, il sospetto. Nel nostro tempo di algoritmi e decisioni automatizzate, di archivi inaccessibili e giudizi impugnabili ma invisibili, questa intuizione di Kafka è ancora più acuta di quanto potesse essere nel Novecento.

La genesi di un incubo che rimane aperto

Kafka scrisse «Il processo» tra il 1914 e il 1915, durante la Prima guerra mondiale. L'Europa stava cadendo in una follia collettiva, ma lui era intrappolato nella sua personalissima follia burocratica: il suo lavoro in una compagnia di assicurazioni, la censura austriaca, la sua ossessione per questioni di colpa e innocenza che emergevano dai suoi diari. Il romanzo rimane incompiuto. L'ultima scena mostra K. seduto in una stanza, in attesa di qualcosa che non arriverà. Kafka aveva scritto una sequenza finale dove K. viene portato fuori la notte e ucciso, ma l'ha cancellata. Il manoscritto che abbiamo è frammentario, aperto, irrisolto, come il processo stesso.

Dopo la morte di Kafka, l'amico Max Brod decise di pubblicare l'opera malgrado il testamento dell'autore ordinasse di bruciare tutti i manoscritti inediti. Questa scelta ha permesso a generazioni di lettori di confrontarsi con «Il processo», ma ha anche sollevato una domanda affascinante: Kafka stesso, fino alla fine, non volle darci una chiusura, una risposta, un'accusa finale.

Il luogo comune che fraintende tutto

Molti lettori interpretano «Il processo» come una storia di colpa: K. è colpevole di qualcosa che non sa di sé, di un peccato esistenziale, di una trasgressione metafisica. Kafka avrebbe scritto un'allegoria cristiana. Ma questa lettura è seduttiva e fuorviante. Il romanzo non è un'allegoria. Non è un codice da decifrare. È letterale. Il tribunale è un tribunale. L'assenza di accusa è un fatto amministrativo, non un mistero teologico. Kafka non suggerisce che tutti siamo colpevoli agli occhi di una forza superiore. Suggerisce che il sistema può accusarti di nulla e tu non avrai alcun modo di difenderti. È molto più spaventoso.

A chi consigliare questa lettura

«Il processo» è un romanzo per chi ha avvertito l'opacità del potere, chi si è trovato invischiato in procedure incomprensibili, chi sa che le regole esistono ma non sa dove siano scritte. È anche un romanzo per chi ama la letteratura che non offre conforto. Diverse traduzioni sono disponibili in italiano. La più attenta e consigliata è quella che considera il tono esatto di Kafka, un tono piatto, burocratico, che rende ancora più assurda la situazione. Leggere Kafka significa accettare di stare nel disagio, di non avere una conclusione, di trovarsi alla fine della lettura più perplessi di quanto si era prima. È un insegnamento che pochi libri insegnano altrettanto bene: a volte non c'è risposta. E quello è il punto.