Nel 1957 esce il primo volume di «Il pasticciaccio di via Merulana», quando Carlo Emilio Gadda ha già sessant'anni e una lunga stagione di scritti pubblicati in rivista alle spalle. Il romanzo inizia con una bottega svaligiata in via Merulana, una strada minore del rione San Giovanni di Roma. Un furto banale, quasi insignificante, che il commissario Ingravallo (soprannominato Don Ciccio) deve risolvere. Eppure questo crimine ordinario si dilata, si complica, si trasforma in una cascata di eventi che nessun ordine logico riesce a contenere. Gadda non sta scrivendo un giallo tradizionale, bensì il contrario: il fallimento stesso della deduzione, lo sfacelo della razionalità di fronte alla realtà disordinata e multiforme di Roma.

La Roma plurilinguistica e il rifiuto della trama

Quello che distingue radicalmente «Il pasticciaccio di via Merulana» dalla tradizione narrativa italiana è l'uso della lingua. Gadda mescola il romano popolare, l'italiano letterario, termini dialettali, francesismi, tecnicismi medici e burocratici in un tessuto linguistico che rifiuta ogni omogeneità. Non è una scelta stilistica leggera, ma una decisione filosofica: la realtà non parla con una voce sola, quindi il romanzo deve rispecchiare questa molteplicità. Ogni personaggio, ogni ambiente, ogni situazione porta con sé una stratificazione linguistica che non può essere appiattita. Questa frammentarietà della forma esprime la frammentarietà del contenuto.

Il commissario Ingravallo si muove in una Roma che è insieme contemporanea e atemporale, dove il crimine non è mai completamente risolvibile perché è emerso da un intreccio impossibile di cause, motivazioni nascoste, casualità. A differenza di un romanzo poliziesco convenzionale, dove la soluzione finale ordina tutto il caos precedente, qui il caos rimane tale. Gadda lascia il romanzo incompiuto nella sua forma originaria, e quando lo riprende anni dopo, aggiunge nuovo materiale che non risolve, ma complica ulteriormente la vicenda. È la negazione della struttura tradizionale, una sfida diretta al lettore che si aspetta una conclusione logica e rassicurante.

Un'alternativa al realismo italiano

Se si pensa alla letteratura italiana del Novecento, emergono subito nomi come Italo Calvino con «Marcovaldo» oppure Pier Paolo Pasolini, autori che hanno cercato di innovare la forma narrativa. Ma Gadda va oltre. «Il pasticciaccio di via Merulana» non è solo una critica alla banalità della vita urbana romana, è una critica alla possibilità stessa di raccontare ordinatamente. La prosa barocca, piena di parentesi, digressioni, aggettivazioni ridondanti, non è un eccesso estetico fine a se stesso, bensì la forma necessaria per esprimere un pensiero che non può essere lineare. Ogni frase si dilata, si contorce, si ramifica come la realtà stessa, dove nulla procede secondo una logica semplice.

Il romanzo è anche un'indagine sul disagio della modernità: la Roma degli anni Cinquanta, tra il fascismo appena concluso e una repubblica ancora incerta, è rappresentata come un luogo dove gli ordini istituzionali (la questura, la legge, la polizia) faticano a imporre il loro controllo. I personaggi non sono eroi né vittime esemplari, ma individui confusi, corrotti talvolta, sempre inadeguati alla complessità dei fatti. Il furto di via Merulana diventa quindi una metafora di questo fallimento: l'impossibilità di risolvere il reale con i strumenti della logica e dell'ordine burocratico.

Come approcciare il capolavoro gaddiano

«Il pasticciaccio di via Merulana» è uno dei romanzi più affascinanti e insieme più difficili della letteratura italiana del dopoguerra. Chi vuole misurarsi con quest'opera deve accettare alcune condizioni di lettura. Innanzitutto, è consigliabile leggerlo con pazienza, senza aspettarsi una trama chiara e progressiva. Ogni pagina chiede uno sforzo di attenzione, perché il linguaggio è stratificato, denso, ricco di rimandi. Non è un difetto del testo, ma la sua forza principale. In secondo luogo, la lettura di Gadda si arricchisce notevolmente se il lettore ha familiarità con Roma, o almeno sa riconoscere i nomi dei rioni, delle chiese, delle piazze che il romanzo cita. La geografica urbana non è decorativa, ma costitutiva della narrazione.

Per chi voglia iniziare con testi gaddiani meno impegnativi, «Quer pasticciaccio brutto de via Merulana» in versione ridotta o le raccolte di racconti brevi offrono un'introduzione al linguaggio e alla visione dell'autore. Poi è il momento di affrontare il romanzo completo nella sua pienezza contraddittoria. È un libro che non consegna risposte, ma domande sulla natura stessa della narrazione, della realtà e della lingua.

«Il pasticciaccio di via Merulana» rimane oggi una sfida perpetua alla letteratura italiana. Gadda non ha scritto un romanzo ordinario, ma un'opera che contesta le fondamenta stesse del genere, proponendo una forma letteraria che rispecchia il disordine del reale. Settant'anni dopo la sua uscita, la sua influenza persiste in tutti quegli scrittori che rifiutano la semplicità e cercano di esprimere la complessità attraverso forme narrative nuove e sperimentali.