Il mugnaio che spiegò l'origine del mondo con il formaggio si chiamava Domenico Scandella, ma tutti lo conoscevano come Menocchio. Viveva a Montereale, nel Friuli, e nel 1583 finì davanti al tribunale dell'Inquisizione.
La sua idea era questa: in principio tutto era caos, e da quel caos si formò una massa, «come si fa il formaggio dal latte». Dentro quella massa si generarono degli esseri viventi, «come i vermi appaiono nel formaggio». Quegli esseri erano gli angeli. Fra loro c'era Dio.
Non era una battuta né un delirio. Era una cosmogonia coerente, che Menocchio sosteneva in pubblico, discuteva con i compaesani e ripeté davanti agli inquisitori senza ritrattare.
Chi era Menocchio
Non era un contadino analfabeta. Sapeva leggere e scrivere, aveva ricoperto incarichi pubblici nella sua comunità, e leggeva.
Quest'ultimo dettaglio è quello decisivo. Nel Cinquecento un mugnaio che legge è già un'anomalia, e Menocchio leggeva parecchio: la Bibbia in volgare, il Fioretto della Bibbia, i Viaggi di Mandeville, il Decameron, un libro sulle religioni del mondo.
Sono testi che circolavano, non proibiti in sé. Il punto è cosa Menocchio ci trovò dentro. Leggendo del Corano nel libro sulle religioni, delle terre lontane in Mandeville, delle storie di Boccaccio, costruì una visione in cui tutte le fedi valevano allo stesso modo, in cui Dio non era un creatore ma un prodotto, in cui i sacramenti servivano a poco.
Cosa lo condannò
L'accusa fu di eresia, non di lettura. I libri di Menocchio non erano il capo d'imputazione: erano ciò che spiegava come fosse arrivato a quelle idee, e per gli inquisitori erano un elemento aggravante nella misura in cui rivelavano un'autonomia di pensiero pericolosa.
Il primo processo si chiuse con l'abiura e una condanna al carcere, poi commutata. Menocchio tornò al paese, e non smise di parlare. Quindici anni dopo fu processato di nuovo, come relapso — cioè ricaduto — e questa volta la condanna fu la morte.
Il libro che lo riportò alla luce
Di Menocchio non si sarebbe saputo nulla se non fosse rimasto il verbale dei processi. Gli inquisitori annotavano tutto, comprese le risposte dell'imputato, e quelle carte finirono in archivio.
Le trovò Carlo Ginzburg, che ne fece Il formaggio e i vermi, pubblicato nel 1976 e ripubblicato da Adelphi pochi mesi fa. Il libro divenne uno dei testi di storia italiani più tradotti al mondo, e Ginzburg è morto a Bologna il 17 giugno 2026, a ottantasette anni.
La sua idea era che gli atti di un processo, letti con gli strumenti giusti, permettono di recuperare la voce di persone che non hanno lasciato nessun altro documento. Menocchio non ha scritto libri: ma ha parlato per ore davanti a un notaio che verbalizzava, e quelle parole ci sono arrivate.
Cos'è la microstoria
Da questo tipo di lavoro nasce l'approccio che Ginzburg contribuì a fondare, chiamato microstoria.
La storia tradizionale studia i grandi processi: le guerre, i regni, le economie. La microstoria fa il contrario: prende un caso singolo, minuscolo, e lo scava fino in fondo, convinta che in quel caso si possano leggere strutture che la visione d'insieme non mostra.
Menocchio è l'esempio perfetto. Un mugnaio di un paese friulano non conta nulla nella storia del Cinquecento. Ma il modo in cui leggeva, quello che capiva e quello che fraintendeva, dice qualcosa sulla cultura orale delle classi popolari che nessun trattato dell'epoca registra — perché quella cultura non scriveva.
La lettura come deformazione
Il passaggio più interessante del libro riguarda proprio il rapporto fra Menocchio e i suoi libri.
Ginzburg mostra che il mugnaio non capiva male i testi per ignoranza: li filtrava attraverso una cultura che aveva già, orale e contadina, e da quel filtro uscivano cose che nel testo non c'erano. Leggeva una frase e ne ricavava un significato che l'autore non aveva messo.
È un'osservazione che riguarda ogni lettore, non solo lui. Nessuno legge un libro nel vuoto: ci porta dentro quello che sa, quello che ha vissuto, il mondo in cui vive. Il libro che finiamo di leggere non è mai identico a quello che l'autore ha scritto.
Solo che nel caso di Menocchio quella distanza fra testo e lettura è documentata riga per riga, dai verbali di chi voleva incastrarlo. E per una volta possiamo vedere esattamente cosa succede nella testa di una persona qualsiasi mentre legge.
Chi era Carlo Ginzburg
Nato nel 1939, figlio di Leone Ginzburg, morto nel carcere di Regina Coeli nel 1944, e della scrittrice Natalia Ginzburg, è stato uno degli storici italiani più tradotti al mondo.
Oltre a Il formaggio e i vermi, il suo libro più noto in ambito accademico è Storia notturna, dedicato alla ricostruzione del sabba delle streghe come stratificazione di credenze antichissime.
Ha insegnato in Italia e negli Stati Uniti, e ha lavorato a lungo sui rapporti fra prova, indizio e narrazione: su come lo storico costruisca un racconto a partire da tracce frammentarie, e su quanto quel racconto possa dirsi vero.
È morto a Bologna il 17 giugno 2026, a ottantasette anni. Il formaggio e i vermi era stato ripubblicato pochi mesi prima.
Perché la storia resta
Menocchio fu giustiziato intorno al 1599. Non lasciò discepoli, la sua cosmogonia non ebbe seguito, e per quattro secoli nessuno seppe che fosse esistito.
Poi uno storico entrò in un archivio, aprì un fascicolo, e da quelle carte uscì una voce. Non la voce di un potente o di un intellettuale: quella di un uomo che macinava grano e che si era fatto un'idea propria su come fosse nato il mondo.
È questo il motivo per cui Il formaggio e i vermi ha cambiato il modo di fare storia. Ha dimostrato che i documenti prodotti per reprimere le persone possono essere letti al contrario, per restituire loro la parola.
