Libri e romanzi

Il Gattopardo fu rifiutato dai maggiori editori italiani e Tomasi di Lampedusa morì senza vederlo stampato

Le lettere di rifiuto arrivarono nel 1956, l'autore morì l'anno dopo e il libro uscì grazie a Giorgio Bassani

Dattiloscritto ingiallito con annotazioni a margine su un tavolo

Nel 1956 un aristocratico siciliano di sessant'anni, che non aveva mai pubblicato niente, manda il dattiloscritto di un romanzo a due delle maggiori case editrici italiane. Da entrambe arriva un rifiuto. Giuseppe Tomasi di Lampedusa muore a Roma nel luglio del 1957 senza aver visto il suo libro stampato, e lasciando scritto alla moglie che il romanzo andava pubblicato, ma non a spese della famiglia. Il Gattopardo esce da Feltrinelli nel novembre del 1958. Diventa il caso editoriale italiano del secolo, vince lo Strega l'anno dopo, viene tradotto ovunque, e continua a vendere sessant'anni più tardi. Il suo autore ha fatto in tempo a leggere solo le lettere di rifiuto.

Come è andata davvero

La cronologia è ricostruibile con precisione. Tomasi di Lampedusa lavora al romanzo fra il 1954 e il 1957, negli ultimi anni di una vita passata quasi interamente a leggere. Nel 1956 il cugino Lucio Piccolo fa avere il dattiloscritto a Mondadori, che lo respinge. Una seconda copia arriva a Einaudi. Anche da lì la risposta è negativa, e la lettera che la comunica arriva a Palermo quando l'autore è già gravemente malato.

È documentato che nella primavera del 1957 Tomasi di Lampedusa scrive alla moglie Alexandra Wolff Stomersee una lettera in cui dà disposizioni sul romanzo, chiedendo che si tenti la pubblicazione ma senza pagare. Muore il 23 luglio a Roma, dove era andato per curarsi.

Dopo la morte, una copia del dattiloscritto arriva a Giorgio Bassani, che dirige una collana per Feltrinelli. Bassani lo legge, va in Sicilia, recupera il testo nella versione più completa e lo porta in stampa. Il libro esce nel novembre 1958, vende in pochi mesi decine di migliaia di copie e nel luglio 1959 riceve il premio Strega, il primo assegnato a un autore morto.

Su chi firmò i rifiuti la vicenda circola in versioni diverse. Il giudizio negativo di Einaudi è stato a lungo attribuito a Elio Vittorini, che dirigeva la collana dei Gettoni e che aveva letto il testo anche per Mondadori. Vittorini in seguito precisò la propria posizione, sostenendo di aver riconosciuto qualcosa di notevole pur non ritenendolo adatto a quella collana. La lettura dei documenti d'archivio ha complicato più che chiarito, e attribuire tutto a un nome solo è comodo ma impreciso.

Perché lo ha fatto

La domanda vera non è perché Tomasi di Lampedusa abbia scritto Il Gattopardo, ma perché sia stato rifiutato, e le ragioni sono meno stupide di quanto la leggenda voglia. Nel 1956 la narrativa italiana che si pubblicava era un'altra cosa: il neorealismo aveva spostato il centro sulla contemporaneità, sulla fabbrica, sulla guerra, sulla lingua parlata. Arrivava invece un romanzo storico ambientato nel 1860, scritto in una prosa lunga e latinizzante, costruito per quadri anziché per trama, con un protagonista aristocratico osservato senza condanna.

Va aggiunto un dato di mestiere: il dattiloscritto era di un autore sconosciuto, senza alcuna carriera alle spalle, e arrivava per conoscenze private. Le case editrici ricevevano allora, come oggi, molto più di quanto potessero leggere con attenzione.

Esiste poi una lettura più scomoda, sostenuta da chi ha studiato quegli anni: il romanzo diceva sulla storia italiana cose che larga parte della cultura del tempo non voleva sentire, e in particolare che i cambiamenti politici avessero lasciato le cose sostanzialmente ferme. Chi la sostiene la considera decisiva. Chi la contesta osserva che le stesse case editrici pubblicavano autori assai poco allineati. Le due letture convivono, e nessun documento le separa.

Che cosa cambia leggendolo

Sapere che il libro fu respinto cambia il modo in cui se ne legge la costruzione. Le obiezioni di allora riguardavano proprio ciò che oggi si indica come il suo valore: l'assenza di una trama che tiri, i salti temporali che portano il racconto avanti di anni fra un capitolo e l'altro, le due parti finali che si allontanano dal centro della vicenda e sembrano appendici.

Chi rilegge con questo in mente vede che il romanzo non racconta una storia, ma una durata. Il principe di Salina attraversa capitoli in cui succede pochissimo, un ballo, un pranzo, una battuta di caccia, una visita di un funzionario piemontese, e ogni scena serve a misurare quanto si è spostato il mondo attorno a lui. Il capitolo sul ballo occupa decine di pagine per una sola serata. Nella narrativa che si pubblicava allora una simile sproporzione appariva un difetto di misura.

Si vede anche la sua irregolarità nell'insieme. La lingua è alta, piena di termini rari, con periodi che si distendono per righe; le ultime due sezioni cambiano registro e passo, e una di esse si concentra sui cani di casa. Sono le pagine che i lettori ricordano meglio e che nel 1956 dovevano sembrare fuori posto. Chi vuole verificare come funzionava il rifiuto può leggere il capitolo del ballo e poi domandarsi che cosa avrebbe fatto un lettore editoriale con quelle pagine, avendo poche ore per decidere.

Che cosa si perde

La storia ha un difetto: si presta a essere raccontata come favola del genio incompreso, e quella favola è consolante ma falsa. Le case editrici respingono ogni anno migliaia di manoscritti e nella quasi totalità dei casi hanno ragione. Un caso clamoroso non dimostra che il sistema non funzioni, dimostra che ha un margine di errore.

C'è poi il rovescio del successo. Il Gattopardo è diventato una citazione politica ridotta a una sola frase, ripetuta da chi non ha letto il libro, e questa fortuna ha oscurato il resto: l'ironia, la fisicità, il senso della morte che occupa le ultime pagine. Un romanzo letto da tutti e conosciuto per una battuta è un romanzo perduto in un altro modo.

Da dove viene questa storia

La ricostruzione si appoggia alle carte dell'autore conservate a Palermo, alle lettere alla moglie e agli amici, e agli archivi delle case editrici coinvolte, in parte pubblicati. La prefazione di Giorgio Bassani all'edizione del 1958 racconta il ritrovamento dal punto di vista di chi lo fece. Le biografie e le edizioni critiche successive hanno chiarito la storia del testo, che circolava in più stesure. Resta incerta l'attribuzione precisa dei giudizi negativi, e su questo punto le versioni non coincidono.

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