Guerra e pace di Lev Tolstoj: quanto ci vuole davvero a leggerlo
Guerra e pace non è difficile: è solo lungo, e va affrontato in un modo preciso

Nel luglio del 1805, in un salotto di Pietroburgo, una dama di corte riceve i suoi ospiti e parla di Napoleone come si parla di un parente scomodo. Da quella sera parte Guerra e pace di Lev Tolstoj, pubblicato in volume nel 1869 e disponibile oggi in molte edizioni italiane: quella Einaudi, nella traduzione di Emanuela Guercetti, arriva a circa milleseicento pagine, ed è questo il numero che ferma la maggior parte delle persone prima ancora di aprirlo. Il libro segue cinque famiglie della nobiltà russa lungo gli anni delle guerre napoleoniche, dal 1805 fino all'invasione della Russia del 1812 e a quello che viene dopo. Tre personaggi tengono insieme tutto: Pierre Bezuchov, figlio illegittimo di un conte, goffo, ricco all'improvviso e in cerca di un senso da dare alla propria vita; il principe Andrej Bolkonskij, suo amico, ambizioso e stanco della moglie, che parte per la guerra sperando in una gloria alla Napoleone; Nataša Rostova, che all'inizio ha tredici anni e balla in casa dei genitori, e che il lettore vede diventare adulta. Attorno a loro ci sono i Rostov, i Bolkonskij, i Kuragin, con i loro debiti, i matrimoni combinati e i figli al fronte. La questione che muove il libro non è chi vince la guerra, che si sa: è come vivono le persone dentro una storia che non controllano.
Quello che ferma i lettori, dopo le prime duecento pagine, non è la lunghezza ma la struttura. Tolstoj alterna i capitoli narrativi a capitoli di riflessione storica, in cui smette di raccontare e discute come si muovono gli eserciti, se i generali contino davvero e che cosa sia la volontà di un popolo. Nella seconda metà queste parti si allungano, e l'epilogo ne contiene una intera. Chi lo affronta senza saperlo pensa di essersi perso e molla. Sapendolo, si legge diversamente: i capitoli narrativi sono brevi, spesso tre o quattro pagine, e ogni scena si chiude in sé, così si può procedere a blocchi, un capitolo a colazione e due la sera, senza perdere il filo. I saggi storici si possono leggere più in fretta o, alla prima lettura, scorrere, e il romanzo non ne soffre. La scrittura è piana e concreta: Tolstoj descrive un ballo, una battuta di caccia, una ferita, senza aggettivi in più, e le scene grandi, la battaglia di Austerlitz, l'incendio di Mosca, reggono perché sono viste da una persona sola alla volta, che capisce poco di quello che le succede intorno. Il difetto vero è nella distribuzione: le quattro parti del libro hanno ritmi diversi, e il terzo volume, quello del 1812, chiede più pazienza degli altri due.
Conviene a chi ha già finito almeno un romanzo lungo dell'Ottocento e vuole vedere che cosa succede quando un autore prende in mano cento personaggi e non ne perde nessuno. Non conviene a chi cerca una trama che corre, né a chi vuole leggere ogni sera fino a notte: qui la resa migliore si ha con poco e regolare. Il conto è semplice: a venti pagine al giorno servono circa ottanta giorni, a quaranta ne bastano quaranta. Tre mesi con un segnalibro e un elenco dei nomi a portata di mano è la misura di un lettore normale, e l'inverno è la stagione giusta, perché il libro comincia in salotto e finisce nella neve, e perché serve del tempo che d'estate non si ha. Serve anche una mappa dei personaggi, che molte edizioni mettono in apertura: nei primi cento capitoli i nomi sono decine e i soprannomi si sovrappongono, e la cosa si sistema da sola solo verso la fine del primo volume. Va preso con l'idea di abitarci dentro per un po', non di finirlo: chi lo affronta come una gara arriva a metà e si ferma, chi lo legge come si legge una lunga serie di lettere arriva in fondo e si accorge che le milleseicento pagine erano il punto.