Frasi

Le quattro frasi più belle di oggi, 26 agosto 2026

Quattro pagine sul partire e sul tornare, senza la retorica del viaggio interiore.

Valigia e libro appoggiati accanto a una finestra alla fine dell'estate

La fine di agosto è la settimana dei ritorni: chi rientra in città, chi ha già ripreso, chi è rimasto e vede tornare gli altri. La letteratura ha costruito su partenze e ritorni alcune delle sue pagine più solide, ma quasi sempre le si cita per parlare di viaggi interiori, che è l'uso più consumato che se ne possa fare e anche il meno fedele ai testi.

Le quattro frasi di oggi vengono da libri in cui il viaggio è un fatto materiale: una nave da caccia, un sottomarino, la risalita di un fiume, un bambino che attraversa un oceano da solo. Di ciascuna si dice l'opera, l'anno e chi la pronuncia, e si spiega che cosa significa nel punto preciso in cui compare. Tutti gli autori sono in pubblico dominio, e per i testi stranieri si fa riferimento alle rese italiane correnti. Non c'è nessun anniversario oggi: il filo è il tema.

«Chiamatemi Ismaele» — Herman Melville

È l'apertura di Moby Dick (1851), nella resa italiana con cui il romanzo circola da decenni. A parlare è il narratore, un uomo che ha deciso di imbarcarsi su una baleniera perché a terra non riesce più a stare, e che si presenta al lettore in tre parole prima di raccontare qualunque cosa di sé, della sua famiglia o del suo passato.

La formula non dice che quello è il suo nome. Dice come vuole essere chiamato, e la differenza è tutta lì: chi si presenta così sta scegliendo l'identità con cui affronta il viaggio, non la sta ricevendo. Ismaele, nella tradizione biblica, è il figlio mandato via, quello che vive ai margini e sopravvive nel deserto. Il romanzo comincia quindi con un uomo che si assegna una condizione di esclusione prima ancora di salire a bordo, e che di sé non fornirà mai molto altro. Funziona ancora perché è il modo più rapido mai scritto per dire che una partenza è anche una decisione su chi si è, e perché tre parole bastano a stabilire il patto con chi legge.

«Mobilis in mobili» — Jules Verne

Il motto è inciso sugli oggetti del Nautilus in Ventimila leghe sotto i mari (1870) ed è la divisa del capitano Nemo. Il professor Aronnax lo trova su tutto ciò che appartiene al sottomarino, dalle posate alla biancheria, prima ancora di capire chi sia l'uomo che lo ha catturato e che tipo di macchina lo stia trasportando.

La formula latina significa mobile nell'elemento mobile: una cosa che si muove dentro qualcosa che a sua volta si muove. Non è un gioco di parole ma la descrizione tecnica del mezzo, che si sposta dentro un oceano in movimento e non ha bisogno di appoggiarsi a niente di fermo, né di scali né di porti. È anche la definizione della posizione politica di Nemo, che ha scelto di vivere fuori da ogni terra e da ogni nazione, e che considera la superficie un luogo di soprusi a cui non intende tornare. Verne mette il programma del personaggio su un servizio da tavola, cioè nel posto meno solenne possibile, e lo fa leggere a un ospite che non ha chiesto di essere lì.

«Anche questo è stato uno dei luoghi tenebrosi della terra» — Joseph Conrad

Marlow pronuncia la frase nelle prime pagine di Cuore di tenebra (1899), a bordo di una barca ferma sul Tamigi, all'altezza di Londra, mentre aspetta con altri quattro uomini che la marea giri. Guarda il fiume, il tramonto sulla città più grande del mondo di allora, e comincia a raccontare da lì.

Chi si aspetta un racconto sull'Africa trova invece un'osservazione sull'Inghilterra: anche il Tamigi, secoli prima, era il confine del mondo conosciuto, e i romani che lo risalivano si trovavano nella stessa posizione in cui gli europei si trovano adesso altrove, con lo stesso senso di estraneità e la stessa disponibilità alla violenza. La frase ribalta il rapporto fra chi guarda e chi è guardato prima ancora che il viaggio cominci, e lo fa senza polemica, come una nota storica. È il motivo per cui il libro non si legge come un resoconto esotico: il punto di partenza è già stato dichiarato tenebroso quanto la destinazione, e quello che seguirà non potrà più essere attribuito soltanto al luogo in cui accade.

«Molti anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d'un operaio, andò da Genova in America, solo, per cercare sua madre» — Edmondo De Amicis

È l'apertura di Dagli Appennini alle Ande, il racconto mensile di maggio contenuto in Cuore (1886). Marco parte per l'Argentina perché la madre, emigrata a Buenos Aires per lavorare come domestica e mandare denaro a casa, non dà più notizie da mesi e la famiglia non ha modo di sapere se sia viva.

La frase è costruita come una notizia di cronaca: età, città, condizione sociale del padre, destinazione, e in mezzo quella parola isolata fra virgole, solo. De Amicis non aggiunge aggettivi e non chiede compassione, mette in fila i dati e lascia che sia il lettore a calcolare la sproporzione fra il compito e chi deve svolgerlo. Il racconto esce nel 1886, negli anni in cui l'emigrazione italiana verso l'America meridionale era un fenomeno di massa e le lettere che si interrompevano erano un fatto ordinario in molte case. Quel viaggio non è un'avventura ma un'operazione di recupero familiare, ed è partenza e ritorno insieme, perché Marco parte per riportare indietro qualcuno.

Quattro libri scritti fra il 1851 e il 1899, quattro modi di uscire di casa: per non restare a terra, per non appartenere a nessuna terra, per risalire un fiume e scoprire di essere già stati dall'altra parte, per andare a riprendersi una madre. In nessuno di questi casi il viaggio è una metafora, e in tutti quanti chi parte torna diverso proprio perché lo spostamento era reale e costava qualcosa.

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