Dune di Frank Herbert: quanto è difficile per chi non legge fantascienza
Dune ha un glossario in fondo, e le prime cento pagine servono a impararlo

Un pianeta interamente desertico, chiamato Arrakis, produce l'unica sostanza che tiene insieme un impero galattico: una spezia che allunga la vita, acuisce la mente e permette ai navigatori di guidare le astronavi fra le stelle. Chi controlla Arrakis controlla tutto, e per questo l'Imperatore toglie il pianeta alla famiglia che lo amministrava, gli Harkonnen, e lo affida ai loro nemici storici, gli Atreides. È una trappola, e il duca Leto Atreides lo sa mentre ci si infila. Comincia così Dune di Frank Herbert, pubblicato negli Stati Uniti nel 1965 e in Italia edito da Fanucci, oggi nella nuova traduzione di Annarita Guarnieri, in un volume che con le appendici supera abbondantemente le quattrocento pagine. Il protagonista è Paul, figlio quindicenne del duca, addestrato dalla madre Jessica secondo le tecniche di un ordine femminile antichissimo, le Bene Gesserit, che da millenni manipolano linee di sangue e religioni per ottenere qualcosa che nel primo terzo del libro non viene detto. Su Arrakis vivono anche i Fremen, popolazioni del deserto che nessuno ha mai contato davvero, e vermi lunghi centinaia di metri che si muovono sotto la sabbia. Il primo terzo del romanzo è tutto qui: un trasloco, una trappola politica annunciata, e un ragazzo che comincia a fare sogni che si avverano.
Il motivo per cui molti si fermano non è la trama, è il vocabolario. Herbert butta il lettore dentro un mondo già funzionante senza spiegarlo: nelle prime pagine compaiono termini come mentat, gom jabbar, distillatore, kwisatz haderach, e nessuno viene definito. È una scelta deliberata, la stessa che rende il libro credibile, ed è anche la ragione per cui le prime cento pagine sono faticose per chi non è abituato alla fantascienza. Va detta una cosa che quasi nessuno dice: in fondo al volume c'è un glossario, intitolato Terminologia dell'Impero, insieme ad altre appendici sull'ecologia e sulla religione di Arrakis. Consultarlo non è barare, è il modo in cui il libro è stato costruito per essere letto. Chi lo tiene aperto con un dito perde molto meno tempo di chi si ostina a dedurre tutto dal contesto. Superata quella soglia, il romanzo funziona con una precisione rara: i capitoli si aprono quasi sempre con una citazione da un testo scritto nel futuro della storia, e questo espediente anticipa costantemente che qualcosa andrà male, spostando la tensione dal cosa succederà al come. Il difetto c'è ed è nella seconda metà, dove i salti temporali diventano bruschi e alcuni passaggi decisivi vengono riassunti in poche righe.
Se hai visto i film e ti aspetti lo stesso, il libro ti sembrerà un'altra cosa: molto più politico, molto meno spettacolare. Le grandi scene d'azione occupano poche pagine, mentre decine di pagine sono dedicate a conversazioni sul potere, sull'acqua, sull'ecologia e sulla costruzione dei miti religiosi. Conviene a chi legge volentieri romanzi storici e saghe familiari, perché il meccanismo è quello, e a chi non ha problemi con un libro che gli chiede di lavorare. Non conviene a chi vuole una trama che corra: le prime cento pagine sono lente per costruzione, e chi si aspetta di essere trascinato subito le troverà interminabili. Servono attenzione e continuità, quindi è un libro da letture lunghe e non da dieci minuti prima di dormire. Un consiglio pratico per chi ci prova: le appendici in fondo non sono materiale accessorio da leggere alla fine, e sfogliarle prima di cominciare toglie metà della fatica iniziale. Vale anche la pena sapere che il romanzo si chiude in modo autonomo, quindi non è obbligatorio proseguire con i volumi successivi per avere una storia completa. Se dopo centocinquanta pagine non ti sei affezionato, non è un libro che migliora cambiando idea: è semplicemente scritto per un altro lettore.