Libri e romanzi

Dino Buzzati ha fatto il cronista al Corriere per quarantacinque anni e ci ha scritto dentro i suoi racconti

Gli archivi del giornale documentano quarantacinque anni fra cronaca, guerra e terza pagina

Vecchia macchina da scrivere su una scrivania di redazione con fogli sparsi

Dino Buzzati entra al Corriere della Sera nel 1928, a ventidue anni, come praticante, e ci resta fino alla morte, nel 1972. Quarantacinque anni nello stesso giornale, passando per la cronaca nera, la corrispondenza di guerra, la critica d'arte, i servizi speciali. In quello stesso giornale escono per la prima volta molti dei suoi racconti, stampati nella pagina culturale e raccolti in volume solo dopo. Non ha mai lasciato la redazione per scrivere, e quando gli chiedevano quale fosse il suo mestiere rispondeva che faceva il giornalista. Il romanzo che lo ha reso noto lo scrisse facendo i turni di notte.

Come è andata davvero

La carriera è documentata dagli archivi del giornale. Buzzati viene assunto come praticante nel 1928 e lavora inizialmente in cronaca. Negli anni trenta è redattore, poi inviato. Durante la guerra segue le operazioni navali nel Mediterraneo come corrispondente imbarcato, e nel dopoguerra torna in redazione con incarichi di rilievo, occupandosi anche di arte, di terza pagina e di grandi servizi.

È documentato che molti dei suoi racconti siano usciti prima sul Corriere o sui suoi supplementi, in particolare fra gli anni quaranta e sessanta, e che le raccolte in volume abbiano quasi sempre riunito testi già apparsi. Alcuni sono nati come pezzi di elzeviro e hanno mantenuto la lunghezza che quella collocazione imponeva.

Il deserto dei Tartari viene scritto fra il 1938 e il 1939 ed esce nel 1940. Buzzati ha raccontato che l'idea nacque dalla vita di redazione notturna, dall'impressione che gli anni passassero uguali mentre si aspettava che accadesse qualcosa di importante. La sostituzione dell'ambiente giornalistico con una fortezza militare fu, per sua stessa dichiarazione, un modo per rendere la cosa raccontabile.

Fu anche pittore, con esposizioni e cataloghi, e scrisse per il teatro. Sosteneva che scrivere e dipingere fossero per lui la stessa attività, condotta con strumenti diversi.

Perché lo ha fatto

Sul motivo per cui non lasciò mai il giornale, Buzzati ha risposto in interviste con argomenti pratici e con uno meno ovvio. Il primo è che il lavoro assicurava uno stipendio e una struttura alla giornata. Il secondo è che la redazione gli forniva materiale: la cronaca porta in casa fatti che nessuno inventerebbe.

Diceva inoltre di aver bisogno di una scadenza. La consegna a orario fisso, che è la condizione normale del giornalista, gli impediva di rimandare, e ha collegato a questo la propria produttività, che fu molto alta.

Esiste un elemento più scomodo, che lui stesso ha riconosciuto: al giornale gli furono affidati per anni compiti di routine, e la sua notorietà di scrittore non gli valse trattamenti di favore in redazione. Continuò a fare i turni come gli altri, anche quando i suoi libri erano tradotti all'estero.

Le letture che spiegano la sua fedeltà al Corriere con un carattere schivo o con una difficoltà a decidere sono state proposte da chi lo conobbe e vanno attribuite a loro. Le ragioni che ha dato lui sono di mestiere.

Che cosa cambia leggendolo

Il mestiere di cronista si vede in tre punti precisi. Il primo è l'attacco. I racconti di Buzzati cominciano quasi sempre con un fatto già in corso, in una riga, senza preparazione: una notizia, un arrivo, una comunicazione ricevuta. È la costruzione dell'articolo di cronaca, dove l'essenziale sta all'inizio perché il lettore potrebbe non proseguire.

Il secondo è la cornice verificabile. Le vicende fantastiche non si svolgono in mondi inventati ma in uffici, condomini, ospedali, strade di città con i nomi giusti e gli orari giusti. La deformazione arriva dentro un ambiente descritto con precisione documentaria, e l'effetto dipende interamente da quella precisione. Un mostro in un luogo generico non fa paura.

Il terzo è la lunghezza. Molti dei suoi racconti stanno nello spazio di una colonna di giornale, con una economia di mezzi che esclude le digressioni. La misura non è una scelta poetica astratta: è la misura della pagina su cui uscivano.

Nel romanzo del 1940 tutto questo si trasferisce su scala lunga. La fortezza è descritta come si descriverebbe un posto di lavoro, con le procedure, i gradi, i turni di guardia, e il tema dell'attesa nasce da lì. Chi vuole vedere il passaggio dal giornale al libro può leggere una raccolta di racconti tenendo presente che quasi ogni testo è nato per una pagina di quotidiano.

Che cosa si perde

La collocazione giornalistica ha avuto un costo critico. Per decenni Buzzati è stato considerato un giornalista che scriveva racconti, e non uno scrittore, e questa classificazione ha ritardato il riconoscimento della sua opera in Italia, dove è arrivato prima all'estero.

C'è poi un costo interno ai testi. Scrivere per una scadenza fissa, in grande quantità, produce anche pagine di mestiere, e nelle raccolte più ampie si trovano racconti costruiti su un meccanismo già usato, con la stessa curva e lo stesso capovolgimento finale. La ripetizione del procedimento è visibile a chi legge molto di seguito. Non tutto quello che è uscito in terza pagina meritava il volume.

Da dove viene questa storia

La ricostruzione della carriera si appoggia agli archivi del Corriere della Sera, che conservano le annate in cui i suoi articoli e i suoi racconti apparvero, e alle raccolte postume degli scritti giornalistici, che permettono di confrontare le versioni su giornale con quelle in volume. Le dichiarazioni sulla nascita del romanzo del 1940 vengono dalle interviste rilasciate dall'autore. I cataloghi delle mostre documentano l'attività di pittore. Resta incerta la datazione di alcuni racconti, che circolarono in più stesure prima della stampa.

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