Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij: cosa succede davvero dopo il delitto
In Delitto e castigo l'omicidio avviene subito: il romanzo comincia dopo

Un giovane che ha lasciato l'università, senza soldi e senza cappello decente, esce dalla sua stanza sotto il tetto in una sera di luglio a Pietroburgo e va a fare una prova: percorre la strada che lo porta alla casa di una vecchia usuraia, conta i passi, osserva le scale. Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, pubblicato a puntate nel 1866 e da allora in ogni collana di classici, nell'edizione Einaudi tradotta da Emanuela Guercetti sta intorno alle seicentocinquanta pagine. Il giovane si chiama Rodion Raskol'nikov, ha ventitré anni e un'idea: che esistano uomini straordinari a cui è permesso scavalcare la legge se lo fanno per un fine più grande. La cosa che quasi nessuno sa prima di aprirlo, e che cambia la lettura, è che l'omicidio non è il finale. Avviene entro le prime cento pagine, con l'accetta, ed è raccontato per intero. Tutto quello che viene dopo, cinque parti su sei, è quello che succede nella testa di Raskol'nikov: la febbre, i sospetti, gli incontri con il giudice istruttore Porfirij, che sa e non ha prove; con Sonja, la figlia di un ubriacone che si prostituisce per mantenere la famiglia; con la madre e la sorella Dunja, arrivate in città per un matrimonio che lui vuole impedire. La questione del libro non è chi ha ucciso, che si sa dalla pagina settanta, ma se un uomo possa vivere dopo aver fatto quello che ha fatto.
La scrittura è febbrile, e non è un modo di dire: Dostoevskij scriveva a puntate, sotto pressione, e il romanzo ha il ritmo di chi non si ferma a rileggere. I capitoli sono lunghi, i dialoghi lo sono ancora di più, spesso dieci o quindici pagine in cui due persone parlano in una stanza e nessuno dice quello che pensa, e la tensione sta tutta in quello che viene taciuto. Le scene con Porfirij sono la parte in cui il libro si avvicina di più a un giallo, ma è un giallo rovesciato: il lettore sa tutto, l'investigatore quasi tutto, e il gioco è vedere quanto Raskol'nikov riesce a reggere. Il merito che si verifica aprendo a caso è la capacità di tenere il lettore dentro una coscienza: le pagine del delirio, i sogni, il monologo davanti alla porta, non descrivono la paura, la fanno. Dove il libro cede è nel personaggio di Svidrigajlov, un uomo ricco e corrotto che entra nella seconda metà e prende molto spazio, e nell'epilogo, che dice in poche pagine quello che seicento avevano lasciato aperto, e che a molti lettori è sembrato posticcio. Non lo si racconta qui. Basti dire che il romanzo finisce dopo l'ultima pagina in cui Raskol'nikov parla, e che le poche che seguono si possono leggere come un'aggiunta.
Conviene a chi ha voglia di stare per settecento pagine dentro una persona che sta male, e a chi ha amato i romanzi in cui si aspetta una confessione più che una scoperta. Conviene anche a chi vuole un primo Dostoevskij: è il più compatto dei suoi grandi romanzi, con una vicenda sola e un protagonista solo, e si finisce in due o tre settimane. Non conviene a chi cerca una trama che corre, perché la trama sta tutta nelle prime cento pagine e poi il libro si ferma volutamente; né a chi non regge i dialoghi lunghi senza azione; né a chi legge in un periodo già pesante, perché Pietroburgo d'estate, con il caldo, la calce e le scale buie, entra nella testa e ci resta. Si prende con tempo per leggere a lunghi tratti, non a spizzichi, perché le scene chiedono di essere attraversate intere. Chi arriva in fondo scopre di aver letto il libro che credeva di conoscere e di non averne saputo niente.