Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas: perché mille pagine passano in fretta
Il conte di Montecristo è il romanzo più lungo che si finisce senza accorgersene

Un marinaio di diciannove anni sta per diventare capitano e per sposare la donna che ama. È il 1815, Marsiglia, e Edmond Dantès ha la vita davanti nel modo più ordinato possibile. Tre uomini che lo conoscono decidono che quella vita non gli spetta: uno lo invidia per il posto, uno per la donna, un terzo lascia fare. Una denuncia anonima, un magistrato che ha un motivo personale per non ascoltarlo, e Dantès finisce nel Castello d'If, un'isola davanti al porto, senza processo e senza sapere di che cosa sia accusato. Ci resta quattordici anni. Lì incontra l'abate Faria, un vecchio prigioniero che scava un tunnel sbagliando direzione, e da quell'errore nasce tutto il resto: Faria gli insegna le lingue, la storia, la scherma, e soprattutto gli spiega chi lo ha rovinato e perché. Poi gli parla di un tesoro sepolto su un'isola disabitata. Questo è il primo terzo di Il conte di Montecristo, il romanzo che Alexandre Dumas pubblicò a puntate su un quotidiano parigino fra il 1844 e il 1846 e che in edizione integrale italiana supera abbondantemente le mille pagine, con l'edizione Einaudi che si aggira sulle milleduecento. Quello che viene dopo è la costruzione paziente di una vendetta, e non si racconta. Vale la pena sapere che la vicenda ha una base reale, un fatto di cronaca giudiziaria francese di primo Ottocento che Dumas trovò negli archivi di polizia e trasformò in altro.
Mille pagine spaventano, e in questo caso non dovrebbero. La ragione sta nel modo in cui il libro è nato: usciva a puntate su un giornale, e ogni puntata doveva convincere il lettore a comprare il numero successivo. Da qui viene la struttura che regge tutto il romanzo, fatta di capitoli brevi che si chiudono quasi sempre su qualcosa di non risolto, un arrivo inatteso, una frase lasciata a metà, una porta che si apre. Dumas non aveva la possibilità di annoiare, e questo vincolo commerciale ha prodotto un libro che oggi si legge come una serie televisiva. La prosa è funzionale, i dialoghi occupano molto spazio, le descrizioni sono rapide e servono a collocare la scena, non a fermarla. Il libro ha anche i difetti del suo formato: la parte centrale, ambientata nella società parigina, si allarga e introduce personaggi secondari di cui si perde il conto, e ci sono passaggi in cui il ritmo si allenta per far combaciare gli incastri della trama. Ma sono cedimenti locali dentro un meccanismo che tiene, e la cosa notevole è che dopo mille pagine non c'è la sensazione di aver letto un libro lungo. Succede raramente. C'è poi una qualità che si apprezza solo leggendo: Dumas sa quando fermarsi. Le scene decisive occupano poche pagine e vengono chiuse appena hanno prodotto il loro effetto, senza il commento che un romanziere meno sicuro avrebbe aggiunto. Il libro spiega pochissimo e mostra molto, e questo è il motivo per cui non invecchia.
Conviene a chi vuole una storia che lo prenda e non lo lasci, e a chi ha davanti un periodo lungo, un'estate o un inverno, in cui poter leggere qualche capitolo al giorno senza fretta. È il romanzo giusto per chi ha paura dei classici, perché non chiede niente al lettore in termini di conoscenze preliminari e non ha una riga difficile. Non conviene a chi cerca profondità psicologica: i personaggi sono costruiti per funzionare nella trama, non per essere esplorati, e chi arriva da Dostoevskij troverà tutto molto più semplice di quello che si aspetta. Non conviene nemmeno a chi ha poco tempo e legge dieci minuti alla sera, perché il libro vive del suo slancio. Una raccomandazione pratica conta più di tutto il resto: va scelta un'edizione integrale. Ne circolano moltissime ridotte, pensate per i ragazzi, che tagliano interi rami del racconto e restituiscono una storia di avventura con metà della sua materia. Se il volume che hai in mano sta sotto le settecento pagine, non è il libro di cui si sta parlando. È anche il romanzo che più spesso viene cercato da chi ne vuole subito un altro simile, e la richiesta dice qualcosa sull'esperienza che produce.