Il memoir di Stallone in libreria dal 29 settembre per Rizzoli si intitola The steps e arriva cinque mesi dopo l'uscita americana.

Il titolo indica i gradini: quelli del Philadelphia Art Museum, su cui la scena più citata di Rocky è stata girata cinquant'anni fa.

Due date sole

Il libro non copre l'intera carriera, ed è la cosa più interessante della sua struttura.

Comincia con l'arrivo a New York nel 1969 e finisce con la vittoria di Rocky agli Oscar del 1977. Otto anni, poi si ferma.

Dentro ci sono la nascita difficile, un'infanzia ancora più dura, gli anni di scuola passati da incompreso, la povertà degli esordi, e la costruzione del personaggio che gli ha cambiato la vita.

Chi si aspetta il resoconto completo di cinquant'anni di cinema resterà deluso. Questo è un racconto di formazione, non una rassegna.

La tesi del libro

Stallone la formula così: una storia di successo si misura nella distanza che si è disposti a percorrere.

È una frase da manuale motivazionale, e in effetti negli Stati Uniti il libro è catalogato insieme come biografia, memoir e self-help.

Ma la scelta di fermarsi al 1977 la rende meno banale di quanto sembri: raccontare solo la salita, e non cosa succede dopo, significa concentrarsi sulla parte in cui l'esito non era garantito.

Perché la gradinata

La corsa sui gradini del Philadelphia Art Museum è diventata un monumento involontario.

I turisti ci salgono ancora oggi, di corsa, alzando le braccia in cima. Ai piedi della scalinata c'è una statua del personaggio.

È uno dei rarissimi casi in cui una scena di finzione ha modificato l'uso reale di un luogo pubblico: quella gradinata non serve più solo a entrare in un museo.

Il cinquantenario è il gancio commerciale dell'operazione, dichiarato apertamente.

Non è il primo libro

Il volume viene promosso come la sua prima autobiografia, ma non è il primo libro che firma.

Nel 1976 uscì The Official Rocky Scrapbook, volume fotografico sulla lavorazione del film. Nel 2005 Sly Moves, manuale di fitness e filosofia personale.

È una precisazione che vale la pena fare, perché la formula «la sua prima autobiografia» è tecnicamente corretta solo se si escludono quei due titoli.

Chi è Sylvester Stallone

Attore, sceneggiatore, regista e produttore americano, nato nel 1946.

Ha creato due personaggi entrati nel lessico comune — Rocky Balboa e John Rambo — ed è l'unico attore ad aver aperto un film al primo posto al botteghino in sei decenni diversi.

Un dato che spesso si dimentica: Rocky vinse l'Oscar per il miglior film nel 1977, e Stallone ne era anche lo sceneggiatore. Non fu solo il protagonista di un film premiato: lo aveva scritto.

Oggi è protagonista, produttore esecutivo e sceneggiatore della serie Tulsa King.

Quello che il libro potrebbe non contenere

Prima dell'uscita americana, i siti dei fan si ponevano una domanda precisa.

Avrebbe parlato del figlio Sage, morto a trentasei anni nel 2012? E del figlio Seargeoh, autistico, cresciuto lontano dai riflettori?

Sono due argomenti su cui in cinquant'anni Stallone ha sostanzialmente taciuto.

La struttura del libro — che si ferma al 1977 — fornisce peraltro una risposta implicita: entrambe le vicende sono successive, e restano quindi fuori dal perimetro dichiarato.

Se sia una scelta narrativa o un modo elegante di non affrontare quei temi, è una domanda legittima che il libro lascia aperta.

Cinque mesi di ritardo

L'edizione americana è uscita il 5 maggio 2026 per William Morrow, marchio HarperCollins, in trecentoventi pagine.

Quella italiana arriva quasi cinque mesi dopo. È uno scarto normale per un memoir tradotto, ma significa che chi legge in inglese conosce già il contenuto, e che le prime reazioni sono disponibili.

Perché Rocky funzionò

Un elemento che il libro affronta e che vale la pena anticipare: il film non doveva avere successo.

Era una produzione a basso costo, con un protagonista sconosciuto che si era rifiutato di vendere la sceneggiatura se non avesse potuto interpretarla lui. Gli studios volevano un attore affermato e offrivano molto denaro perché si facesse da parte.

Rifiutare quel denaro, da uno che non aveva nulla, è la decisione su cui si regge tutta la storia raccontata nel memoir.

La ragione per cui il film funzionò, poi, non riguarda la boxe: Rocky non è un film su un pugile che vince, è un film su un pugile che resta in piedi. È una distinzione che il pubblico del 1976 colse immediatamente.

A chi si rivolge

A chi cerca la storia dietro Rocky, e al lettore di memoir motivazionali.

Non richiede alcun prerequisito: chi non ha visto i film capisce comunque, anche se probabilmente non è il pubblico giusto.

Esce nella collana Varia di Rizzoli, quella dei libri di personaggi con un pubblico già formato altrove. È la stessa collana in cui la casa pubblica gli altri titoli di questo tipo, e fa parte di un autunno che il gruppo ha costruito sui nomi internazionali forti.