Ogni luglio, in una serata romana al Ninfeo di Villa Giulia, il Premio Strega viene assegnato a un romanzo italiano: è il riconoscimento più discusso della nostra editoria. Nelle settimane precedenti giornali e social si dividono su chi merita, chi è sopravvalutato, chi ha vinto grazie all'editore. Quasi nessuno, però, spiega il meccanismo che porta a quel risultato. E il meccanismo spiega quasi tutto.

Il Premio Strega non funziona come una giuria di esperti che valuta i libri dell'anno. Funziona come un'elezione, con un corpo elettorale ampio, candidature presentate da singoli votanti, e due turni di voto. Conoscere questa struttura cambia il modo in cui si legge la classifica finale.

Chi sono gli Amici della domenica

La giuria si chiama Amici della domenica, e il nome viene dalle origini del premio: negli anni Quaranta un gruppo di scrittori e intellettuali si riuniva la domenica nella casa romana di Maria e Goffredo Bellonci. Da quelle riunioni nacque l'idea del premio, e il nome è rimasto anche quando il gruppo è diventato un corpo elettorale di centinaia di persone.

Oggi gli Amici della domenica sono oltre quattrocento, ai quali si aggiungono altri votanti previsti dal regolamento: lettori forti selezionati attraverso librerie e biblioteche, italiani residenti all'estero coinvolti tramite gli Istituti italiani di cultura, e altre categorie introdotte negli anni per allargare la base.

Chi sono, concretamente? Scrittori, giornalisti, critici, editori, traduttori, docenti, direttori di festival, operatori culturali. Persone che lavorano nel mondo del libro o vi gravitano intorno. Questo è il primo dato da tenere presente: non è una giuria di dieci esperti che legge tutto, ma un ambiente professionale che vota. E come ogni ambiente professionale, ha relazioni, appartenenze, memorie.

Come un libro arriva in gara

Un romanzo non si candida da solo. Deve essere presentato da due Amici della domenica, che ne firmano la proposta. Questo passaggio è cruciale e spesso trascurato da chi commenta il premio: la selezione iniziale non è fatta da una commissione che passa in rassegna tutta la produzione dell'anno, ma dagli stessi giurati che poi voteranno.

Significa che un libro senza qualcuno disposto a presentarlo non entra in gara, per quanto sia bello. E significa che le case editrici, che conoscono gli Amici della domenica, lavorano perché i propri titoli trovino presentatori. Non è un retroscena scandaloso: è il funzionamento dichiarato del premio, scritto nel regolamento.

Dalle candidature una commissione ricava la dozzina, cioè i titoli ammessi al primo turno. Da qualche anno il numero è salito, e la selezione della commissione è diventata un passaggio più visibile di quanto fosse in passato.

Le due votazioni

Il voto avviene in due momenti. Nel primo, a giugno, i giurati votano un titolo fra quelli in gara: i cinque più votati diventano la cinquina finalista. Nel secondo, a luglio, si vota di nuovo fra i cinque, e chi ottiene più preferenze vince.

Questa struttura ha una conseguenza precisa, che nessun commentatore dovrebbe ignorare: chi arriva primo nella dozzina non vince automaticamente. Nel voto finale il corpo elettorale si ricompone, chi aveva votato un libro escluso deve scegliere fra i cinque rimasti, e i voti si spostano. Sono avvenuti ribaltamenti significativi fra il primo e il secondo turno.

C'è poi un elemento che rende il premio diverso da altri: dal 2017 i voti sono resi pubblici. Si sa chi ha votato cosa. Questa trasparenza, introdotta per rispondere alle accuse di opacità, ha avuto un effetto secondario: ha reso visibili le geografie del consenso, cioè quali gruppi votano compatti e quali si disperdono.

Perché gli editori contano

Il rimprovero più frequente al premio è che vincano sempre i grandi editori. Il dato è in larga parte vero, ma la spiegazione non è una congiura: è strutturale.

Un editore grande ha più autori nel corpo elettorale, più rapporti consolidati con giornalisti e critici che votano, più capacità di far arrivare i libri in mano ai giurati, più forza nel sostenere una campagna che dura mesi. Un editore piccolo può avere il romanzo migliore dell'anno e non riuscire a portarlo all'attenzione di quattrocento persone.

Negli anni sono state introdotte correzioni: il tetto al numero di libri che uno stesso editore può presentare, l'allargamento della giuria a lettori esterni all'ambiente professionale, la pubblicazione dei voti. Sono misure che riducono l'effetto ma non lo eliminano, perché non possono eliminare la disparità di risorse che sta a monte.

Gli altri premi e il confronto

Lo Strega non è l'unico premio italiano, e confrontarlo con gli altri aiuta a capirne la specificità.

Il Campiello ha una struttura diversa: una giuria di letterati seleziona la cinquina, poi una giuria popolare di trecento lettori comuni sceglie il vincitore. Questo produce risultati diversi, perché il corpo che decide non appartiene all'ambiente professionale.

Il Premio Viareggio ha una giuria ristretta di critici, più simile al modello classico della commissione di esperti. Il Bancarella è votato dai librai, e premia quindi ciò che si vende e si consiglia al banco.

Ogni struttura produce vincitori con caratteristiche riconoscibili. Un premio votato dai librai favorisce libri che funzionano al banco; uno votato da lettori comuni favorisce la leggibilità; uno votato dall'ambiente editoriale favorisce il riconoscimento fra pari. Non ci sono meccanismi neutri: ogni regolamento incorpora una definizione implicita di cosa sia un buon libro.

Cosa dice davvero la vittoria

Un romanzo che vince lo Strega non è, per definizione, il miglior libro italiano dell'anno. È il libro che ha saputo raccogliere il consenso più ampio in un corpo elettorale specifico, con le sue competenze e i suoi legami.

Questo non significa che i vincitori siano scelte immeritate. Significa che il premio misura una cosa diversa da quella che il pubblico crede stia misurando: non la qualità assoluta, ma la capacità di un libro di essere riconosciuto da una comunità professionale in un momento preciso.

Per chi legge, la conseguenza pratica è semplice. La cinquina dello Strega è un buon punto di partenza per orientarsi nella narrativa italiana dell'anno, perché raccoglie titoli che qualcuno ha voluto sostenere pubblicamente. Ma non è una classifica di merito, e leggere il vincitore convinti che sia il migliore significa fraintendere l'oggetto. Lo Strega è un termometro dell'ambiente letterario italiano, non un giudizio definitivo. Ed è già molto: sapere cosa quell'ambiente ha scelto di premiare dice qualcosa sull'Italia che legge, e anche su quella che non legge.