Cinque milioni di italiani leggevano libri e poi hanno smesso. Non è una stima: è un dato che l'Istat raccoglie chiedendo direttamente ai non lettori se in passato leggessero. Il 24,7% risponde di sì, e in valori assoluti fa cinque milioni e seicentottantamila persone.
È una categoria che raramente entra nelle discussioni sulla lettura, dove si contrappongono di solito chi legge e chi non ha mai letto. Gli ex lettori sono un gruppo diverso da entrambi: hanno avuto l'abitudine, sanno cosa significa finire un romanzo, e a un certo punto hanno smesso.
Quando comincia l'abbandono
Il dato più significativo del report riguarda l'età in cui il fenomeno si manifesta per la prima volta.
Fra gli undici e i diciassette anni, il 13,7% dei non lettori dichiara di aver letto in passato e di aver rinunciato. Sono ragazzi che hanno abbandonato la lettura prima dei diciotto anni.
La percentuale cresce progressivamente con l'età, fino a raggiungere il 28,5% fra i non lettori di sessantacinque anni e più. Ma il punto di partenza è l'adolescenza, ed è coerente con un altro dato dello stesso report: la fascia degli undici-quattordici anni è quella in cui si legge di più in assoluto, con il 78,9% di lettori.
Significa che il massimo della lettura e l'inizio dell'abbandono coincidono. Nella stessa fascia d'età convivono i lettori più numerosi e i primi che smettono.
Riguarda più le donne
Il fenomeno interessa soprattutto le donne: il 30,5% delle non lettrici dichiara di aver letto in passato, contro il 19,9% degli uomini.
È un dato che va letto insieme a un altro: le donne leggono più degli uomini — 62,6% contro 51,2% — con il divario massimo fra i quarantacinque e i cinquantaquattro anni. Proprio perché sono più numerose fra i lettori, sono più numerose anche fra chi ha smesso.
Un uomo che non legge, statisticamente, ha più probabilità di non aver mai letto. Una donna che non legge ha più probabilità di essere un'ex lettrice.
Cosa dicono i motivi
L'Istat non chiede specificamente agli ex lettori perché abbiano smesso, ma chiede a tutti i non lettori perché non leggano. Le risposte, incrociate con l'età, suggeriscono qualcosa.
Fra gli undici e i diciassette anni domina il disinteresse: il 52,5% degli undici-quattordicenni e il 52% dei quindici-diciassettenni dice che leggere annoia o non appassiona. In quelle fasce pesano anche la preferenza per altri svaghi (22,9%) e per altre forme di comunicazione (14%).
Fra i diciotto e i trentaquattro anni compare la mancanza di tempo, indicata dal 29,8%, ma resta alta la quota di chi si annoia leggendo: 42,8%.
Fra i trentacinque e i sessantaquattro anni il quadro si ribalta: diventa preponderante il peso degli altri impegni. Il 39,2% dichiara di avere poco tempo libero e il 9,4% si dice troppo stanco dopo il lavoro o le faccende domestiche.
Fra gli over sessantacinque tornano in primo piano le difficoltà fisiche: problemi di vista o salute sono indicati dal 13,6% dei sessantacinque-settantaquattrenni e dal 49,1% degli over settantacinque.
Tre momenti di rottura
Mettendo insieme i dati, si distinguono tre momenti in cui la lettura si interrompe, ciascuno con una causa diversa.
Il primo è l'adolescenza, e la causa è il disinteresse. Il ragazzo che leggeva a undici anni smette a quindici perché altre cose lo attirano di più, non perché non abbia tempo.
Il secondo è l'età adulta, e la causa è il tempo. Chi ha figli piccoli, orari di lavoro lunghi, spostamenti, semplicemente non trova più le ore che prima aveva.
Il terzo è la vecchiaia, e la causa è fisica. La vista che peggiora, la stanchezza, le condizioni di salute rendono difficile un'attività che richiede concentrazione prolungata.
Sono tre problemi diversi, e questo spiega perché le campagne generiche di promozione della lettura funzionino poco: si rivolgono a persone che hanno smesso per ragioni incompatibili fra loro.
Chi torna
Il report non misura i rientri, ma un dato indiretto è interessante: fra gli over sessantacinque la quota di chi legge tutti i giorni è più alta che nelle fasce centrali — il 27,8% fra i sessantacinque-settantaquattrenni e il 29,9% fra gli over settantacinque, contro una media del 17,4%.
Sono meno numerosi, ma quelli che leggono lo fanno quotidianamente. È coerente con l'idea che il tempo liberato dalla pensione permetta di riprendere un'abitudine interrotta.
Chi ha smesso per mancanza di tempo, insomma, in parte torna quando il tempo ricompare. Chi ha smesso per disinteresse a quindici anni, con ogni probabilità, non torna affatto.
Quanto si legge, quando si legge
Un altro dato aiuta a capire cosa distingue chi resta lettore da chi abbandona.
Fra chi legge nel tempo libero, la categoria più numerosa è quella dei lettori deboli: chi legge da uno a tre libri all'anno, il 42,8%. I lettori forti, fra tredici e trenta libri, sono circa il 10%. I lettorissimi, sopra i trenta, appena il 3,2%.
La maggioranza di chi si considera lettore, insomma, legge pochissimo. Bastano tre libri all'anno per rientrare nella statistica.
È un dato che ridimensiona la distanza fra lettori e non lettori: fra chi legge due libri l'anno e chi ne legge zero c'è meno differenza di quanta se ne immagini, e il passaggio da una categoria all'altra è più facile di quanto suggerisca la retorica sulla lettura.
Cosa se ne ricava
Il dato dei cinque milioni di ex lettori è, in un certo senso, una buona notizia mascherata. Significa che una parte consistente dei non lettori italiani ha già avuto l'abitudine, e che quindi non parte da zero.
Ma indica anche dove il problema si gioca davvero. Il momento decisivo non è quello in cui si insegna a leggere: è quello, fra gli undici e i diciassette anni, in cui si decide se continuare. È l'età in cui la lettura entra in concorrenza con tutto il resto, e in cui la scuola la trasforma spesso in obbligo proprio mentre dovrebbe restare una scelta.
Su quella fascia d'età si concentra il numero più alto di lettori e il primo abbandono. Non è una coincidenza: è lo stesso momento visto da due lati.
