Libri e romanzi

Cime tempestose di Emily Brontë: perché divide ancora i lettori

Cime tempestose viene venduto come romanzo d'amore, e non lo è

Brughiera dello Yorkshire con una fattoria isolata sotto il cielo coperto

Un uomo di città affitta una casa isolata nella brughiera dello Yorkshire e va a presentarsi al proprietario, che abita poco lontano in una fattoria battuta dal vento chiamata Wuthering Heights. Il proprietario si chiama Heathcliff, lo accoglie malissimo, e la casa è piena di persone che si detestano. L'inquilino, incuriosito, chiede spiegazioni alla governante che lavora nella sua nuova abitazione, Nelly Dean, e lei comincia a raccontare una storia che risale a trent'anni prima. È così che si apre Cime tempestose, unico romanzo di Emily Brontë, uscito a Londra nel 1847 firmato con lo pseudonimo maschile di Ellis Bell, un anno prima che l'autrice morisse a trent'anni. In Italia circola in decine di edizioni tascabili e annotate, quasi tutte intorno alle quattrocento pagine. Il racconto di Nelly parte da quando il vecchio signor Earnshaw torna da un viaggio a Liverpool con un bambino trovato per strada, scuro di capelli e senza nome: lo chiamano Heathcliff e cresce insieme ai due figli di casa, Hindley e Catherine. Hindley lo odia da subito. Catherine diventa la sua unica alleata. Poi il padre muore, Hindley eredita, e Heathcliff passa da figlio adottivo a servitore. Quando Catherine conosce i Linton, la famiglia benestante della valle, tutto quello che i due bambini erano si rompe.

Il primo ostacolo per chi comincia il libro non è la storia, è chi la racconta. Il romanzo è costruito come una serie di scatole: il signor Lockwood, l'inquilino, scrive un diario in cui riporta quello che gli dice Nelly, e Nelly a sua volta riferisce lettere e conversazioni riportate da altri. Nessuna delle due voci è neutrale. Lockwood capisce poco di quello che ha davanti e lo dice con sicurezza, Nelly ha preso partito e ha le sue ragioni per aggiustare i fatti. Chi si aspetta un narratore che spieghi si trova invece a doversi fidare di due testimoni interessati, e questa è la cosa più moderna del libro, in un romanzo di quasi due secoli fa. Le prime cinquanta pagine sono le più ostiche: Lockwood è insopportabile a bella posta, il servitore Joseph parla un dialetto dello Yorkshire che ogni traduzione italiana risolve in modo diverso e mai bene, e i nomi si ripetono di generazione in generazione. Superato quel tratto, il romanzo prende una velocità che non molla più. Regge perché nessun personaggio chiede di essere amato: Heathcliff è crudele, Catherine è egoista, e Emily Brontë non interviene mai per attenuare né per giustificare. La frase che tutti citano, Nelly, io sono Heathcliff, non è una dichiarazione d'amore ed è esattamente questo il punto.

Se cerchi una grande storia d'amore ottocentesca resterai spiazzato, e vale la pena saperlo prima: qui l'amore è un legame che distrugge chiunque lo attraversi, i due protagonisti stanno insieme per pochissime pagine e la seconda metà del libro riguarda i loro figli. Chi arriva dalle riduzioni cinematografiche o dalle citazioni sui social si troverà davanti un romanzo molto più duro e molto meno romantico di quello che gli hanno raccontato. Conviene invece a chi non ha bisogno di simpatizzare con i personaggi per andare avanti, a chi ha pazienza con le strutture complicate e a chi ha voglia di un libro che non si preoccupa di piacere. Serve attenzione: due generazioni, nomi che si ripetono, e un albero genealogico che nelle edizioni annotate è stampato in apertura, da tenere a portata di mano senza vergogna. Non è un libro lungo, ma è denso, e va preso in un momento in cui si ha voglia di stare scomodi. Se hai poco tempo e leggi a spezzoni brevi, conviene rimandarlo: le prime cinquanta pagine chiedono continuità e chi le affronta cinque minuti per volta rischia di abbandonare proprio dove il libro non ha ancora cominciato. Va bene invece per una lettura d'inverno, di quelle in cui si sta fermi a lungo. Chi lo finisce raramente lo dimentica.

Segnala una correzione o rettifica