Borges è diventato cieco mentre dirigeva la Biblioteca Nazionale e ne ha scritto
La coincidenza è stata registrata dall'autore stesso in una poesia del 1960 e in una conferenza

Nel 1955, dopo il rovesciamento del governo peronista, Jorge Luis Borges viene nominato direttore della Biblioteca nazionale argentina. Ha cinquantacinque anni, ha passato la vita fra i libri, e in quegli stessi mesi la sua vista arriva al punto di non ritorno: non distingue più i caratteri sulla pagina. Riceve novecentomila volumi e insieme l'impossibilità di leggerne uno. La cecità di Borges e la biblioteca arrivano nello stesso anno, e lui lo dice per primo, in una poesia dove parla dell'ironia di Dio che gli concede insieme i libri e la notte. Non è una frase di rassegnazione. È la constatazione di un fatto.
Come è andata davvero
La perdita della vista è graduale e familiare. È documentato che il padre e altri parenti soffrissero della stessa condizione ereditaria, e che Borges avesse subito diversi interventi agli occhi a partire dagli anni trenta. La lettura diventa progressivamente difficile durante il decennio successivo, prima con la luce forte, poi con i caratteri grandi, infine solo attraverso altri.
Nel 1955 la sua condizione è quella che lui stesso descriveva come una cecità non totale ma sufficiente: percepiva luci e alcuni colori, in particolare il giallo, e non riusciva più a leggere. Nello stesso anno arriva la nomina alla direzione della Biblioteca nazionale, incarico che manterrà fino al 1973.
La coincidenza è stata registrata dall'autore stesso in una poesia raccolta nel volume del 1960, dove il fatto viene esposto senza commento morale. Borges vi ricorda inoltre che altri due direttori della stessa biblioteca prima di lui erano stati ciechi, circostanza che è stata verificata e che è esatta.
Da quel momento il suo lavoro cambia forma. Si fa leggere ad alta voce da collaboratori, dalla madre, da giovani che frequentano la sua casa, e detta quello che scrive. Continua a insegnare, a viaggiare, a tenere conferenze, e la sua produzione non si interrompe.
Perché lo ha fatto
La domanda in questo caso non riguarda una scelta, perché nessuno sceglie di perdere la vista, ma il modo in cui Borges decise di parlarne. Ne ha parlato molto, in versi, in conferenze, in interviste, e sempre evitando due cose: la richiesta di compassione e la trasformazione della cecità in dono.
Nella conferenza che dedicò all'argomento, poi raccolta in volume, sostenne che uno scrittore deve considerare tutto ciò che gli accade uno strumento, comprese le circostanze peggiori, e che l'umiliazione e la sventura sono materiali. È una posizione stoica, dichiarata da lui, e va attribuita a lui.
Osservò anche, nella stessa sede, che la cecità gli aveva imposto di tornare alla poesia, perché un verso si può comporre e correggere a memoria mentre una pagina di prosa no. Su questo punto la spiegazione è pratica e verificabile nei fatti: dopo il 1955 la produzione in versi aumenta.
Va rifiutata la lettura consolatoria, molto diffusa, secondo cui la cecità lo avrebbe reso più profondo. I temi che si citano a sostegno, la biblioteca infinita, la memoria totale, il labirinto, sono tutti presenti nei racconti degli anni quaranta, scritti quando ancora leggeva. La cecità non li ha prodotti. Li ha resi impossibili da leggere come pure invenzioni.
Che cosa cambia leggendolo
Sapere questo cambia la percezione della cronologia. I racconti più noti, quelli costruiti su biblioteche sterminate, enciclopedie di mondi inesistenti, uomini che ricordano ogni istante della propria vita, appartengono a un periodo in cui l'autore leggeva ancora, sia pure con fatica. Il testo sulla biblioteca fatta di gallerie esagonali è del 1941. Leggerlo come metafora della cecità è un errore di data.
Cambia invece il peso di quei temi negli anni successivi, perché l'autore continua a tornarci sapendo di non poter più consultare i libri di cui parla. Le citazioni nei testi tardi vengono dalla memoria, e talvolta sono imprecise: chi ha verificato i riferimenti ha trovato attribuzioni sbagliate e frasi ricordate in forma diversa dall'originale. È una conseguenza materiale della dettatura.
Si vede poi un cambiamento di misura. Dopo il 1955 la prosa diventa più asciutta, i testi più brevi, la sintassi meno stratificata. I racconti degli ultimi decenni sono in media più corti e più lineari di quelli degli anni quaranta, e la spiegazione più economica è tecnica: una frase dettata deve stare in testa per intero prima di essere pronunciata.
Chi vuole verificare la differenza può leggere di seguito una raccolta degli anni quaranta e una degli anni settanta. Non è un decadimento, è un altro modo di costruire, imposto dal fatto che il testo passa dalla voce prima che dalla mano.
Che cosa si perde
Il costo esiste e non va mascherato. Un autore che non può rileggersi perde la possibilità di lavorare sulla pagina come oggetto, di tornare indietro di venti righe, di vedere insieme l'inizio e la fine. Alcuni testi tardi risultano più prevedibili, con formule che si ripetono di raccolta in raccolta.
C'è poi il rischio interpretativo. La cecità è diventata la chiave con cui si spiega tutto Borges, al punto che molti lettori conoscono l'aneddoto e non i racconti. Ridurre cinquant'anni di lavoro a una condizione fisica è precisamente ciò che l'autore rifiutava, e produce un ritratto commovente e falso.
Da dove viene questa storia
Le fonti dirette sono la poesia raccolta nel volume del 1960, dove la coincidenza fra biblioteca e cecità viene esposta da lui stesso, e la conferenza sull'argomento tenuta a Buenos Aires e poi pubblicata in volume. Le interviste degli anni sessanta e settanta, molte delle quali raccolte in libri di conversazioni, contengono le sue osservazioni sul metodo di lavoro. I registri della Biblioteca nazionale argentina documentano nomina e durata dell'incarico. Resta incerta la datazione precisa del momento in cui smise definitivamente di leggere.