Andrea Camilleri ha inventato una lingua che non esiste e ha aspettato i settant'anni per il successo
Lo ha spiegato lui stesso in decine di interviste, descrivendo i criteri con cui la costruiva

La lingua dei romanzi di Andrea Camilleri non si parla in nessun posto. Non è il siciliano di Agrigento, non è l'italiano regionale della Sicilia, non è un dialetto trascritto: è un impasto costruito a tavolino, in cui l'italiano regge la sintassi, il siciliano fornisce il lessico e i verbi di percezione, e una parte delle parole non esiste in nessuna delle due lingue perché le ha inventate lui. Camilleri ha spiegato più volte come funziona, e ha aggiunto che quel modo di parlare lo aveva sentito in casa. Il primo romanzo lo pubblica dopo i cinquant'anni. Il successo arriva dopo i settanta.
Come è andata davvero
Camilleri nasce a Porto Empedocle nel 1925 e per quasi tutta la vita fa un altro mestiere. Lavora in teatro come regista, poi in televisione come regista e sceneggiatore, e insegna regia all'Accademia d'arte drammatica di Roma. È in quel campo che ha una carriera riconosciuta, con centinaia di produzioni.
Il primo romanzo, Il corso delle cose, viene scritto negli anni sessanta e pubblicato solo nel 1978 da un piccolo editore, quando l'autore ha superato i cinquant'anni. Segue un secondo romanzo storico nel 1980. Per quindici anni la produzione narrativa resta laterale e le vendite sono modeste.
La svolta è del 1994, con il primo romanzo che ha per protagonista il commissario Montalbano, pubblicato da Sellerio. I libri successivi crescono di anno in anno, e fra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila Camilleri diventa l'autore italiano più venduto, con la serie televisiva che moltiplica il pubblico. Ha superato i settanta.
È documentato che i romanzi siano tradotti in decine di lingue e che la traduzione ponga problemi particolari: non esistendo un equivalente straniero della lingua di partenza, i traduttori hanno adottato soluzioni diverse, dal ricorso a dialetti locali all'invenzione di un registro artificiale.
Perché lo ha fatto
Camilleri ha spiegato la genesi della propria lingua in interviste e in scritti, e la spiegazione ha due parti. La prima è familiare: in casa si parlava così, con il nonno e il padre che passavano dall'italiano al siciliano dentro la stessa frase, usando l'uno per le cose ufficiali e l'altro per le cose sentite. Diceva di aver semplicemente scritto quel parlato.
La seconda è di mestiere, e viene dal teatro. Quarant'anni di regia insegnano che una battuta funziona se suona, e Camilleri ha raccontato di scrivere leggendo ad alta voce, verificando il ritmo prima del senso. La sua lingua è costruita per l'orecchio, non per l'occhio.
Sulla scelta di non usare il siciliano vero ha detto che sarebbe stato illeggibile fuori dall'isola e falso dentro, perché ogni paese ha il suo, e che gli serviva una lingua che desse la sensazione del siciliano restando comprensibile. È una costruzione, e lui la chiamava così.
Chi ha spiegato il successo tardivo con la maturazione lenta di un talento propone una lettura che va attribuita a chi la fa. La spiegazione più semplice è che l'autore avesse un altro lavoro a tempo pieno e scrivesse quando poteva.
Che cosa cambia leggendolo
Sapere che la lingua è costruita cambia il modo in cui si affrontano le prime pagine, che a molti lettori del continente risultano ostiche. Il meccanismo è però regolare e si impara in fretta: i verbi della percezione e del pensiero sono quasi sempre siciliani, taliare per guardare, spiare per chiedere, camurria per fastidio, mentre la struttura della frase resta italiana. Il lettore capisce per posizione, non per vocabolario.
Il secondo tratto è la distribuzione. Camilleri non scrive tutto nella stessa lingua: i dialoghi dei personaggi popolari sono più densi di siciliano, le parti descrittive quasi italiane, e i documenti ufficiali riportati nei romanzi sono in un burocratese esatto. La lingua segna la posizione sociale di chi parla, e questo viene dal teatro.
Il terzo è l'invenzione. Alcune parole non appartengono a nessuna delle due lingue e sono state formate da lui per analogia, in modo che il lettore le capisca senza averle mai sentite. È il punto in cui l'operazione si vede meglio: non è trascrizione, è costruzione.
Chi legge i romanzi tradotti riceve necessariamente un'altra cosa. Il traduttore deve scegliere se rendere l'effetto con un dialetto della propria lingua, con un registro popolare inventato, o rinunciando. Quello che si perde è la sensazione di una lingua che sta fra due lingue. Quello che si guadagna, quando la traduzione è buona, è la resa della trama, dei caratteri e del ritmo, che restano intatti.
Che cosa si perde
La lingua costruita ha un costo evidente: taglia fuori i lettori che non hanno voglia di attraversare le prime venti pagine senza capire tutto, e ne ha tagliati fuori molti. Camilleri ha sempre respinto la richiesta di glossari, sostenendo che il senso arrivasse dal contesto, e in parte è vero e in parte no.
C'è poi un rischio interno alla serie. Su una produzione di decine di titoli la lingua rischia di diventare un marchio, con le stesse parole che ritornano come segnali riconoscibili anziché come necessità del testo. Nei romanzi tardi qualche formula si ripete per abitudine, e la costruzione si sente più come stile che come parlato.
Da dove viene questa storia
Le spiegazioni sulla lingua vengono dallo stesso Camilleri, che ne ha parlato in decine di interviste e in libri di conversazione, dove descrive il metodo con precisione. La cronologia editoriale è verificabile sulle prime edizioni, dal volume del 1978 fino alla serie pubblicata da Sellerio a partire dal 1994. Sulle traduzioni esistono studi accademici che hanno confrontato le soluzioni adottate in lingue diverse. Resta discussa la classificazione linguistica della sua scrittura, che gli studiosi definiscono in modi non coincidenti.