Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: si può leggere solo il primo volume
Di Proust quasi nessuno legge tutto, e non è una sconfitta

Un uomo di mezza età, di notte, non riesce a dormire e si mette a ricordare le stanze in cui ha dormito nella vita. Da lì, senza che il libro annunci mai di volerlo fare, comincia la ricostruzione di un mondo intero: una casa di campagna, una zia, i pomeriggi di lettura, i vicini, un vialetto pieno di biancospini. Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust è un'opera in sette volumi, pubblicata fra il 1913 e il 1927, di cui gli ultimi tre usciti dopo la morte dell'autore. Il primo, Dalla parte di Swann, è del 1913 e in italiano occupa da solo poco più di cinquecento pagine nelle principali edizioni, quella Einaudi con la traduzione di Natalia Ginzburg per la prima parte e quella Mondadori curata da Giovanni Raboni. Dentro questo primo volume ci sono tre sezioni distinte: l'infanzia a Combray, una lunga storia d'amore ambientata prima della nascita del narratore, e un breve terzo movimento su un amore adolescenziale. La scena del dolce inzuppato nel tè, quella che tutti conoscono, sta nelle prime cinquanta pagine e non è il libro: è il punto in cui il libro spiega il proprio metodo, cioè che il passato non si recupera decidendo di ricordare, ma arriva addosso da una sensazione fisica. Il primo volume fu rifiutato da più editori e Proust finì per pubblicarlo a proprie spese, una circostanza che oggi si legge come un aneddoto e che allora era un giudizio corrente sul libro.
Le frasi sono lunghe, e questa è la prima cosa che si nota. Alcune occupano mezza pagina, si aprono in incisi che si aprono a loro volta, e ci vuole qualche decina di pagine per prenderne il passo. Non è complicazione gratuita: la frase segue il movimento di un pensiero che si corregge mentre procede, e accorciarla significherebbe perdere proprio quello. La seconda cosa che si nota è che non succede quasi niente. Non c'è una trama nel senso in cui la si intende di solito, non ci sono colpi di scena e i capitoli non finiscono con qualcosa in sospeso. Il libro si regge sull'analisi: di una gelosia, di un'attesa, del modo in cui un nome cambia significato quando si conosce la persona che lo porta. Chi cerca avvenimenti si ferma a pagina cinquanta e conclude che è illeggibile, e da un certo punto di vista ha ragione. Chi accetta il patto scopre che la lentezza è il contenuto e non l'ostacolo. La prima riga dà già la misura di tutto: Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. È una frase che non promette niente, ed è esattamente quello che il libro fa per tremila pagine. C'è però una cosa che va detta a favore di chi teme la noia. Proust è molto divertente, e non nel senso in cui lo si dice per consolare: le pagine sui salotti e sulle persone che si prendono sul serio sono scritte con una cattiveria precisa, e producono un comico che si riconosce ancora oggi.
Si può leggere solo il primo volume, e va detto senza imbarazzo. L'opera è concepita come un tutto, e chi la completa vede tornare nell'ultimo volume cose seminate nel primo, ma il primo volume regge da solo e non lascia nessuna vicenda sospesa che tolga il sonno. Chi vuole ancora meno può leggere soltanto la parte centrale, quella dedicata all'amore di un uomo per una donna che non gli conviene: è un racconto lungo autonomo, con un inizio e una fine, e viene pubblicato anche separatamente. È il modo più sensato di capire in due sere se Proust fa per te. Non conviene cominciare a chi legge dieci minuti prima di dormire, perché le frasi richiedono continuità e riprendere a metà periodo è faticoso. Non conviene nemmeno a chi ha bisogno di sapere dove sta andando: qui non si va da nessuna parte, si sta. Serve un periodo in cui hai attenzione da spendere, ed è un investimento che o rende molto o non rende affatto. La cosa da non fare è cominciare per dovere culturale: è il modo più sicuro di abbandonarlo a pagina cento e restarne convinti per vent'anni.