Libri e romanzi

Alice Munro ha scritto solo racconti per cinquant'anni e ha vinto il Nobel senza un romanzo

Lo ha spiegato lei stessa in più interviste, collegando la forma breve alle condizioni in cui scriveva

Raccolta di libri aperti su un tavolo accanto a una finestra

Nell'ottobre del 2013 il Nobel per la letteratura va a un'autrice canadese di ottantadue anni che in cinquant'anni di lavoro non ha mai scritto un romanzo. Alice Munro ha pubblicato quattordici raccolte di racconti e nient'altro. Nelle case editrici di tutto il mondo la raccolta di racconti è il libro che si accetta per accompagnare un romanzo, si vende meno, si recensisce meno, e agli esordienti viene consigliato di lasciarla perdere. Munro ha fatto solo quello per mezzo secolo, in un paese lontano dai centri editoriali, scrivendo di piccole città dell'Ontario. I racconti di Alice Munro hanno vinto il Nobel senza mai diventare un romanzo.

Come è andata davvero

Il percorso si ricostruisce senza difficoltà. Munro pubblica la prima raccolta, Danza delle ombre felici, nel 1968, quando ha trentasette anni, e vince il maggiore premio letterario canadese. Da lì in avanti esce un libro ogni tre o quattro anni, quasi sempre raccolte, molte delle quali composte da testi apparsi prima su rivista.

Un solo titolo, uscito nel 1971, è stato talvolta presentato come romanzo perché i racconti che lo compongono seguono lo stesso personaggio nel tempo. È documentato che l'autrice non lo considerasse tale, e che la definizione dipese anche da esigenze commerciali dell'editore. Il resto è forma breve senza eccezioni.

Per anni la pubblicazione avviene su riviste nordamericane, dove il racconto ha uno spazio che in Europa non ha mai avuto, e questo spiega in parte come sia stato possibile mantenere quella scelta. È documentato che Munro abbia lavorato a lungo per giornali e che per un periodo abbia gestito una libreria con il primo marito, e che scrivesse negli spazi lasciati liberi dalla cura di tre figlie.

Il Nobel arriva nel 2013. Le motivazioni ufficiali la indicano come maestra del racconto contemporaneo. L'autrice non partecipa alla cerimonia per ragioni di salute e nello stesso periodo annuncia di aver smesso di scrivere.

Perché lo ha fatto

Munro ha parlato più volte della propria scelta, e le sue spiegazioni sono meno nobili di quanto ci si aspetterebbe. In diverse interviste ha collegato la forma breve alle condizioni materiali in cui scriveva: una casa, dei bambini piccoli, ritagli di tempo. Un racconto si può tenere in testa per intero fra un'interruzione e l'altra, un romanzo no.

Ha aggiunto, sempre in interviste, di aver a lungo considerato quella una condizione provvisoria, e di aver pensato che prima o poi avrebbe scritto un romanzo, come si supponeva dovesse fare chi scriveva sul serio. Non è mai successo, e in età avanzata ha dichiarato di non vedere più il racconto come una forma minore.

Chi ha studiato il suo lavoro propone una lettura diversa, che va attribuita a chi la sostiene: la forma breve non sarebbe stata un limite accettato ma lo strumento adatto alla materia, cioè vite in cui il fatto decisivo occupa poche ore e il resto è conseguenza. Le due spiegazioni non si escludono. La prima è documentata dalle sue parole, la seconda è un'interpretazione del testo.

Che cosa cambia leggendolo

Chi apre una raccolta di Munro aspettandosi il racconto breve classico, con la scena unica e il colpo finale, trova qualcosa di diverso. I suoi testi coprono spesso quarant'anni in trenta pagine, con salti che avvengono nello spazio di una riga: una frase colloca il lettore nel 1951 e la successiva nel 1978, senza avvertimento e senza raccordo. È il movimento che un romanzo distribuirebbe su capitoli.

Il secondo tratto riguarda la posizione della rivelazione. Nel racconto tradizionale il momento che cambia tutto sta alla fine. In Munro sta quasi sempre a metà, oppure viene detto di passaggio, in una subordinata, come informazione già nota, e il testo prosegue senza fermarsi a commentare. Il lettore si accorge dopo qualche riga di aver appena letto la cosa più importante.

Ne deriva una richiesta precisa: bisogna ricostruire. I fatti arrivano fuori ordine, alcuni non vengono raccontati ma dedotti, e il narratore non aiuta. È la stessa operazione che si fa quando si ricorda la vita di qualcuno che si conosce da molto tempo, per episodi sparsi che si mettono in fila dopo.

Chi vuole vedere il metodo al suo grado più alto può cominciare dalle raccolte degli anni novanta, dove i testi si allungano fino a cinquanta pagine e coprono intere esistenze. Sono i racconti che più assomigliano a romanzi senza esserlo.

Che cosa si perde

La compressione ha un prezzo. Nei racconti più ambiziosi il salto temporale può risultare brusco, e alcuni personaggi secondari restano a metà perché lo spazio finisce. Chi ama la costruzione lunga, con la conoscenza progressiva di un mondo, in Munro non la trova: quaranta pagine non permettono di abitare da nessuna parte.

C'è poi un limite di materia. Le storie tornano quasi sempre negli stessi luoghi, cittadine dell'Ontario meridionale, in un arco sociale ristretto, e chi legge molte raccolte di seguito avverte una ripetizione di ambienti e di situazioni familiari. Le sue difese dicono che quella ripetizione è lo scavo dello stesso punto. È vero, ed è anche un limite.

Da dove viene questa storia

Le informazioni sul metodo di lavoro vengono soprattutto dalle interviste rilasciate lungo cinquant'anni, fra cui quelle apparse su riviste letterarie nordamericane, dove Munro ha parlato con precisione della composizione dei racconti. Le motivazioni del comitato del Nobel del 2013 sono pubbliche. Le prime edizioni delle raccolte e le riviste che ospitarono i testi permettono di ricostruire come cambiavano fra rivista e volume. Resta incerta la classificazione di alcuni titoli, che editori diversi hanno presentato in modi diversi.

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