Alberto Moravia ha passato cinque anni a letto da ragazzo e li ha usati per leggere tutto
Lo ha raccontato lui stesso in numerose interviste, senza compiacimento

Fra i nove e i diciassette anni Alberto Moravia passa gran parte del tempo a letto. Una tubercolosi ossea gli attacca una gamba e lo costringe all'immobilità, prima in casa a Roma, poi in un sanatorio di montagna. La scuola si interrompe alla terza ginnasio e non riprende più: non conseguirà mai un titolo di studio. In quegli anni legge, senza programma e senza insegnanti, in italiano, in francese, in tedesco, tutto quello che riesce a farsi portare. A ventidue anni pubblica Gli indifferenti, che nessun editore voleva e che uscì pagato dal padre. Diventa un caso letterario nel giro di poche settimane.
Come è andata davvero
La malattia si manifesta nel 1916, quando Alberto Pincherle, che firmerà come Moravia, ha nove anni. La tubercolosi ossea colpisce il femore e comporta immobilità prolungata, apparecchi ortopedici, lunghe degenze. Fra il 1924 e il 1925 è ricoverato in un sanatorio a Cortina d'Ampezzo.
L'istruzione regolare si ferma presto. È documentato che non abbia conseguito la licenza liceale né alcun titolo superiore, e che la sua formazione sia avvenuta interamente attraverso letture personali, favorite dalla biblioteca familiare e dalla conoscenza delle lingue.
Comincia a scrivere Gli indifferenti nel 1925, a diciotto anni, e lo termina nel 1928. Il romanzo viene rifiutato dagli editori a cui viene proposto. Esce nel 1929 presso Alpes, casa editrice milanese, con le spese di stampa sostenute dal padre. La prima tiratura è di millecinquecento copie.
Il libro suscita subito discussione e nel giro di pochi anni diventa un caso. La sua ricezione presso il regime è invece ostile: negli anni successivi Moravia incontra difficoltà crescenti, con divieti di recensione e limitazioni alla pubblicazione, e per continuare a lavorare come giornalista ricorre a pseudonimi.
Perché lo ha fatto
Moravia ha parlato spesso di quegli anni, e senza compiacimento. Ha detto che la malattia gli tolse l'adolescenza e gli lasciò i libri, e che leggeva perché non c'era altro da fare. Ha aggiunto che l'assenza di una formazione scolastica gli evitò anche di acquisire i modi di scrivere che la scuola insegna.
Sulle letture di quel periodo ha fornito elenchi in più occasioni, e comprendono romanzi russi e francesi dell'Ottocento, teatro, poesia. Nessuno gliele aveva ordinate né spiegate, e questo è il punto che collegava alla propria scrittura.
Va evitata la spiegazione che riconduce tutta la sua opera alla malattia. Chi l'ha proposta, e sono stati in molti, ne ha ricavato un ritratto di autore segnato dall'isolamento, e quel ritratto spiega troppo. Moravia stesso lo respingeva, sostenendo che la lunga immobilità gli avesse dato tempo e nient'altro.
Quanto agli pseudonimi degli anni trenta, la ragione è documentata e politica: le difficoltà con il regime rendevano impossibile firmare, e il ricorso a nomi diversi fu il modo di continuare a scrivere sui giornali.
Che cosa cambia leggendolo
La formazione da autodidatta si vede sulla pagina in un tratto preciso: l'assenza di compiacimento letterario. La prosa di Moravia è piana, con una sintassi lineare e un lessico volutamente comune, e non contiene nessuno dei segnali con cui la letteratura italiana del tempo dichiarava la propria appartenenza, il periodo elaborato, la parola rara, la citazione colta.
Questa qualità cronachistica gli fu rimproverata a lungo. Alcuni critici parlarono di lingua grigia, di prosa senza qualità, e la stessa accusa gli venne rivolta per decenni. È esattamente ciò che rende leggibili oggi i suoi romanzi degli anni venti e trenta, mentre molta prosa d'arte dello stesso periodo è illeggibile.
Il secondo tratto è l'osservazione fissa. Ne Gli indifferenti la vicenda si svolge quasi tutta in un appartamento, in pochi giorni, fra quattro persone, e il romanzo consiste nel guardare che cosa fanno e che cosa pensano mentre non decidono niente. Lo sguardo resta immobile su una scena chiusa, e la tensione nasce da quella fissità.
Il terzo è il ruolo del denaro. Nei suoi romanzi le relazioni sono quasi sempre attraversate da una questione economica dichiarata: chi mantiene chi, quanto costa una casa, che cosa si perde a rifiutare. È una precisione che nella letteratura italiana coeva si trova raramente.
Chi vuole vedere la scrittura da autodidatta al suo grado più netto può leggere il romanzo del 1929 e osservare quante volte, in trecento pagine, compaia un aggettivo che non serva a descrivere.
Che cosa si perde
La lingua piana ha un costo che si avverte sulla lunga distanza. In una produzione vastissima, con decine di romanzi e centinaia di racconti, la neutralità del registro produce una uniformità che rende alcuni libri intercambiabili, e la critica ha parlato di ripetizione con argomenti non tutti pretestuosi.
C'è poi il costo dell'aneddoto biografico. La storia dei cinque anni a letto è diventata il modo standard di presentarlo, ed è servita a spiegare qualunque cosa: i personaggi passivi, l'attenzione al corpo, l'assenza di natura. Ridurre sessant'anni di lavoro a una malattia dell'infanzia è una scorciatoia che l'autore rifiutava e che continua a essere usata.
Da dove viene questa storia
Le fonti principali sono le interviste raccolte in volume, in cui Moravia ricostruisce la malattia, le letture e la genesi del primo romanzo, e i suoi scritti autobiografici. La vicenda editoriale del 1929 è verificabile sull'edizione Alpes e negli archivi della casa editrice. La documentazione sui rapporti con il regime, comprese le limitazioni imposte, si trova negli studi condotti sulle carte del ministero della cultura popolare. Restano incerte alcune date della degenza, riferite dall'autore in modo non sempre coincidente.